Cosa significa la modernità in Senegal? Matteo Fraschini Koffi ci racconta dal basso le contraddizioni di un Paese che sta attraversando un periodo di transizione complesso basato sulla contrapposizione tra lo sfruttamento industriale e artigianale delle risorse.
Il mercato del pesce dove lo puoi comprare appena pescato da chi esce in mare con le piccole imbarcazioni tradizionali, le grandi navi straniere che fanno pesca industriale, la cementificazione, grattacieli e grandi opere, tra cui la costruzione di quello che diventerà uno dei porti più importanti del continente. Il rischio per l’ambiente, le falde acquifere, il tentativo di opporsi. E i piccoli pescatori che, dopo mesi senza lavoro, provano a raggiungere l’Europa passando per le Canarie. Se la costa atlantica dell’Africa è una delle zone più pescose del mondo, questa risorsa fondamentale per i senegalesi ha scatenato ormai da tempo l’appetito di pesci sempre più grossi o meglio di pescatori che arrivano da sempre più lontano e prosciugano la ricchezza del Paese. (Eris Edizioni)
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RECENSIONI:
Senegal per non principianti: avrebbe potuto essere il sottotitolo di questa guida alla scoperta di uno degli stati africani più amati e, insieme, più fraintesi dagli occidentali. Solo in apparenza “facile” da attraversare, il Senegal è in realtà un Paese sfaccettato e in rapida trasformazione. Matteo Fraschini Koffi, l’autore di Pesce grande, pesce piccolo (Eris Edizioni, pp.104), che vive da anni in Africa occidentale, lo osserva attraverso la lente della pesca e del pesce, pilastri dell’economia e della dieta locali. La corsa alla modernità e la turistificazione stanno però creando profondi squilibri, rendendo il futuro sempre più incerto.
Il viaggio prende avvio da Dakar e, tra incontri e sopralluoghi, tocca Mbour, Saly, Ngaparou, Popenguine e Ndayane, dove è in costruzione un porto destinato a diventare tra i più grandi del continente e che suscita forte preoccupazione per il suo impatto ambientale.
(Stefania Ragusa, giornalista e scrittrice)
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Nel 1993, lo storico Paul Gilroy coniò il termine «Black Atlantic» per descrivere lo spazio culturale e storico nato dalla tratta atlantica degli schiavi, attraverso cui persone strappate alle loro famiglie, alle loro terre e alle loro vite furono crudelmente trasportate dall’altra parte dell’oceano. Un concetto che richiama anche tutte quelle vite perse nelle acque dell’oceano durante tragitti che potevano durare mesi.
Matteo Fraschini Koffi menziona brevemente il periodo storico della schiavitù nel suo libro «Pesce grande, pesce piccolo», come una delle tante parti di un complesso contesto di sfruttamento in cui gli abitanti del Senegal sono stati ed ancora sono vittime oggi.
Schiavitù, colonialismo, esperimenti tecnologici di estrazione, prima per trovare il petrolio, poi l’acqua e più recentemente il dragaggio di tonnellate di sabbia per produrre mari di cemento. Ed altri esperimenti infrastrutturali per espandere l’industria marittima, per far transitare navi mercantili, sempre più enormi, sempre più pesanti, nel porto di Ndayane.
Esperimenti finanziati da governi occidentali, promossi da narrative di «green technology», «blue economy» e degli obiettivi dello sviluppo sostenibile (SDGs), costruiti da magnati industriali, politici locali e rappresentanti di ONG importanti. Perché il pesce non c’è più, gli viene rubato da pescherecci enormi nella Zona Economica Esclusiva (EEZ), nel Mare Nullius, nel Mare Libero dove le barchette di legno dei pescatori artigiani non possono accedere.
Posti come Ngaparou, Popenguine, Ndayane vedono susseguirsi un viavai di «progetti di sviluppo» che però falliscono, uno dopo l’altro, e vanno ad inserirsi perfettamente nell’eredità dei progetti falliti, dei prototipi e degli esperimenti che hanno marchiato l’Africa da decenni.
Progetti nati dall’ego e dalla hubris di persone privilegiate che non hanno mai dovuto rinunciare a niente, che non portano benessere e felicità, ma lasciano indietro una scia di impoverimento e disperazione che porta sempre più giovani a tentare la fuga via mare verso un futuro migliore.
E forse diventare prede di gente senza scrupoli che li getta a mare se non pagano pedaggi costosissimi su vascelli illegali, gente che può diventare cibo per i pesci grandi, nutrendo questo circolo vizioso e continuando la maledizione del «Black Atlantic».
(Marianna Betti, antropologa e ricercatrice presso l'Università di Bergen, Norvegia)
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Dal porto di Dakar ai villaggi della costa, tra piroghe di legno e grandi opere industriali, il Senegal contemporaneo emerge in tutta la sua complessità. In “Pesce grande, pesce piccolo” (Eris Edizioni 2026, pp. 104) Matteo Fraschini Koffi ci accompagna in un viaggio-inchiesta lucido e necessario, dove la pesca tradizionale si scontra con gli interessi globali, e l’oceano diventa insieme risorsa vitale, arena economica e possibile via di fuga. Un racconto fatto di storie quotidiane, contraddizioni della modernità e lotte per la sopravvivenza, che aiuta a guardare oltre gli stereotipi uno dei Paesi africani più amati — e più fraintesi — dagli occidentali.
(AFRICA RIVISTA)
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- The Struggle of Scale: The title refers to the tension between traditional artisanal fishing (the "small fish") and large-scale industrial exploitation by foreign vessels (the "big fish").
- Modernization and Change: Fraschini Koffi details Senegal's rapid transformation, including massive infrastructure projects like new industrial ports and high-rise developments, which often come at the expense of local communities and the environment.
- Social Impact: The book highlights how the depletion of fish stocks—a primary food source and economic pillar—drives local fishermen to undertake the dangerous journey across the Atlantic to the Canary Islands in search of a future in Europe.
- Environmental Risks: It addresses the threats to coastal ecosystems, groundwater, and the fragile balance of life along the Atlantic coast.
(AI)