L'addio del Togo a Maria, la «mamma dei bambini soli»

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LOME', Togo - Maria Assunta Zecchini se n’è andata martedì a Lomé, dove viveva. Era sofferente per alcuni dolori che si erano aggravati dopo una recente caduta. Infermiera di formazione, aveva 85 anni, oltre cinquanta dei quali trascorsi in missione in Togo, un piccolo Paese dell’Africa occidentale. È qui che sono nato nel 1981 ed è qui che l’ho conosciuta per la prima volta. In quel periodo era volontaria alla Pouponniere, l’orfanotrofio dove sono stato adottato dai miei genitori di Milano, all’epoca volontari dell’Ospedale Fatebenefratelli nel villaggio di Afagnan.
 

Maria, e lo dico senza esagerazioni, è stata la mia «prima madre». Lei mi ha visto arrivare in orfanotrofio quando avevo solo 19 giorni di vita; lei mi ha accudito per i mesi seguenti; lei mi ha fatto conoscere i miei genitori di oggi. «Eri molto malato quando venivo a vederti in orfanotrofio, mentre le procedure per l’adozione andavano avanti – mi ha sempre raccontato mia mamma –. Maria mi assicurava, però, che per farti stare meglio avevi solo bisogno di amore». E così sono cresciuto a Milano. Fino a quando il desiderio di tornare in Togo per cercare le mie origini si è fatto più insistente. Un desiderio forte, diventato insopprimibile, dentro di me, fino a spingermi a partire. Era il 2005 quando sono atterrato a Lomé alla ricerca di questa donna che per me era una sorta di «Madre Teresa trentinta». C’è voluto poco: era una persona molto, molto conosciuta.


Si svegliava alle quattro del mattino, prendeva la macchina e andava al dispensario: diceva sempre che era giusto fare così, perché in questo modo i suoi pazienti potevano essere curati prima che iniziasse la loro giornata di lavoro. In realtà c’era anche un’altra ragione: «Guido l’auto ma ho imparato a svoltare solo a destra – mi aveva confessato un giorno ridendo, durante una delle nostre conversazioni settimanali –. Alle cinque del mattino la strada è vuota quindi non disturbo nessuno».
Maria era originaria di Molina di Ledro e non perdeva occasione per menzionare la sua amata valle. Era capitata in Togo quasi per caso. Come suora laica nel 1968 era partita per la Nigeria quando infuriava la guerra del Biafra. Considerati i rischi, dopo alcuni mesi i suoi responsabili avevano deciso di proporle un Paese più tranquillo. In Togo aveva conosciuto un giovane e promettente medico locale, Jean Assimadi, reduce da brillanti studi in pediatria all’ospedale Gaslini di Genova. Avevano deciso di sposarsi e, nonostante un matrimonio complicato, che a volte si scontrava con le tradizioni togolesi, sono rimasti insieme fino alla morte di Jean nel 2011. Nel 2000 Maria aveva aperto il dispensario dei salesiani e, anche grazie al sostegno dei suoi amici trentini, ha continuato fino alla fine a curare migliaia di pazienti. Diabete, ipertensione, Hiv/Aids, anemia falciforme, erano tra le malattie più comuni.


Tornava a casa nel primo pomeriggio per mangiare e riposare. Andava a letto presto dopo aver recitato il rosario. Anche a casa, però, la sua intensa opera di solidarietà continuava. Ha sempre ospitato diversi giovani di Adetà, il villaggio di suo marito, inoltre pagava loro gli studi e le cure. Non ho mai capito quanti fossero i togolesi che nel corso della loro vita erano stati aiutati da Maria. L’unico indizio era la fila di gente che ogni pomeriggio, per cinquant’anni, veniva a trovarla a casa per esprimerle riconoscenza. Nel settembre del 2005 mi sono messo in fila anch’io. E ci sono ancora, in quella fila, per continuare, ogni giorno, a dirle grazie.

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Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 23 luglio 2022

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