Rapimenti, imboscate e legami tribali. Così il virus jihadista dilaga in Africa

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DAKAR, Senegal – “Mi chiamo Olivier Dubois, sono francese, sono un giornalista, e sono stato rapito a Gao l’8 aprile del 2021 dal Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Gsim).

Mi rivolgo alla famiglia, ai miei amici, e alle autorità francesi affinché facciano tutto il possibile per liberarmi”. Il filmato dura 21 secondi. È stato apparentemente girato nel nord del Mali. Dubois parla in maniera tranquilla mentre viene ripreso in una tenda vestito con abiti tradizionali. In molti si sono chiesti come mai un giornalista francese, nero, residente in Mali da sei anni e quindi gran conoscitore del luogo, possa essere stato rapito così facilmente. La risposta è semplice: stava facendo il suo lavoro. Il reporter era partito da solo per Gao con l’obiettivo di incontrare Abdallah Ag Albakaye, luogotenente del Gsim. Altre fonti sostengono invece che Dubois volesse arrivare fino a Iyad Ag Ghali, leader dell’organizzazione terroristica.

Apparentemente le dinamiche dell’incontro erano state gestite da un intermediario locale (subito arrestato dai militari francesi dell’operazione Barkhane) che il giornalista francese conosceva da tempo. Decollato da Bamako, la capitale maliana, e atterrato nella città settentrionale di Gao, Dubois ha lasciato l’albergo ed è salito su un’auto che credeva lo portasse dalla persona che voleva intervistare. Invece non è più tornato. Dopo anni di sequestri di francesi in Mali, Sophie Petronin (rapita per la seconda volta nel 2016 e liberata l’anno scorso) era stato l’ultimo ostaggio francese dei jihadisti in un Paese dove dal 2013 è iniziata una campagna di violenza che, tra i vari obiettivi, ha quello di prendere di mira gli occidentali. I rapimenti di questo tipo sono sfruttati per guadagnare denaro con i riscatti e farsi pubblicità attraverso i media internazionali.

Escalation terrorista

Da oltre vent’anni, con l’attentato alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998 (224 morti), il terrorismo islamico è cresciuto esponenzialmente in Africa sub-sahariana. Nel 2006 i qaedisti di al Shabaab hanno lanciato la loro offensiva in Somalia allargando il loro raggio d’azione pochi anni dopo soprattutto in Kenya e Uganda. Nel 2009, tre anni dopo essersi formati a Maiduguri, città nel nord-est della Nigeria, Boko Haram ha cominciato a fare operazioni altrettanto violente che, da alcuni anni, coinvolgono anche gli Stati limitrofi di Ciad, Camerun, e Niger. Nel 2013, con l’entrata della Francia in guerra sul territorio maliano, sono cominciati gli attentati in Mali e Niger. Con l’inizio del 2016 il jihad si è espanso nel vicino Burkina Faso colpendo la capitale, Ouagadougou. Sempre nel 2016, a marzo, i jihadisti hanno sorpreso la comunità internazionale attaccando la località turistica di Grand Bassam, in Costa d’Avorio. Nello stesso periodo i militanti islamici avevano intensificato la loro presenza nel nord-est della Repubblica democratica del Congo (Rdc). Nel 2017 la minaccia jihadista ha iniziato a occupare anche il nord del Mozambico, un conflitto che si è aggravato notevolmente nell’ultimo anno. Nel 2019 anche il Benin non è stato risparmiato.

L’ondata jihadista si sta velocemente allargando a macchia d’olio, colpendo anche Paesi che per decenni erano considerati delle isole felici rispetto alla turbolenta regione del Sahel e dell’Africa orientale. Si tratta di gruppi di radicalisti islamici che, a volte, si combattono persino tra di loro. Comunicano costantemente attraverso i più moderni mezzi di comunicazione come i social media e le App. Gran parte dei membri arrivano regolarmente da altre zone del mondo (occidentali, medio-orientali o asiatiche). In comune hanno l’obiettivo di combattere gli “infedeli”, anche tra i musulmani definiti “moderati”, e imporre una dura pratica della sharia, la legge coranica. Sono inoltre abbastanza frequenti i casi in cui i gruppi armati di matrice islamica giurano fedeltà sia ad al Qaeda sia allo Stato islamico. Quando invece si dividono tra queste due fazioni, entrano facilmente in competizione. Uccidono e rapiscono in maniera indiscriminata donne e uomini, adulti e minori, civili e autorità, locali e stranieri. Attaccano città e villaggi, edifici pubblici e privati, sofisticati centri commerciali e modesti mercati locali. I filmati che riprendono le loro operazioni, suicide e non, sono uno degli strumenti più efficaci per radicalizzare e reclutare via internet migliaia di potenziali jihadisti. La ragione di base del loro successo rimane comunque il mancato sviluppo delle aree in cui operano, dove la disoccupazione è un fenomeno endemico e il jihad rappresenta una delle poche alternative remunerative per il cittadino più comune.

Strategie della tensione

Nel Sahel, l’ultimo Paese ad essere stato interamente travolto dallo tsunami jihadista è il Burkina Faso. Sono ancora fresche le immagini delle bare che hanno portato in Spagna i cadaveri dei giornalisti David Beriain e Roberto Fraile, veterani di molte guerre fuori dall’Africa. Insieme a loro sono stati uccisi anche il militante irlandese contro il bracconaggio, Rory Young (nato in Zambia), e una delle guardie forestali che accompagnava un convoglio di circa 40 persone. Almeno sei sono rimaste ferite. “I giornalisti stavano girando un documentario su Young e la sua lotta contro i bracconieri nel sud del Burkina Faso – titolavano i media internazionali il 27 aprile, il giorno dopo l’attacco –. Sono caduti in un’imboscata, sono stati brevemente sequestrati e poi uccisi”. Le autorità burkinabé hanno puntato il dito contro il Gsim, un’organizzazione militante jihadista che opera nel Maghreb e nell’Africa occidentale e si è formata in seguito alla fusione di altri gruppi come Ansar Dine, il Fronte di liberazione di Macina, Al-Mourabitoun e il ramo sahariano di Al-Qaeda nel Maghreb islamico. “Il Gsim è il ramo ufficiale di Al-Qaeda in Mali – sottolineano gli esperti –. I principali leader, Ag Ghali, Hassan Al Ansari, Yahya Abu Hammam, Amadou Kouffa, e Abu Abderaham al-Sanhaji, hanno giurato fedeltà ad Ayman al-Zawahiri nel marzo del 2017”.

Nella stessa zona erano stati sequestrati nel dicembre del 2018 l’italiano Luca Tacchetto e la canadese Edith Blais. In seguito alla fuga nel 2014 dell’ex presidente burkinabé, Blaise Compaoré, il Paese è imploso. I gruppi jihadisti provenivano dagli Stati limitrofi come Mali e Niger, o si formavano in maniera autoctona. I tre attentati a Oaugadougou hanno colpito il Parlamento, hotel, ristoranti, sedi diplomatiche e hanno provocato oltre 60 morti, in gran parte stranieri, e centinaia di feriti. Da allora, l’ondata jihadista ha preso di mira l’intero territorio, da nord a sud, da est a ovest, mentre i gruppi armati crescevano in numero e potenza.

Nel vicino Mali la situazione aveva iniziato ad aggravarsi subito dopo il colpo di Stato del 2012. La vasta regione centro-settentrionale era da tempo occupata da gruppi di separatisti, criminali, e jihadisti. Un territorio che il governo maliano ha sempre avuto difficoltà a gestire da Bamako, una città teatro anch’essa di numerosi attentati in hotel, ristoranti, locali e resort turistici. A causa degli attacchi dei terroristi islamici sono morti almeno 190 soldati della missione Onu nel Paese (Minusma). Tra gli ostaggi ancora presenti nel Sahel, specialmente in Mali, oltre a un numero imprecisato di locali, ci sono attualmente diversi stranieri provenienti da Francia, Colombia, Romania, Australia, Stati Uniti e Germania.

In Niger sono invece ancora vive le immagini riprese dalle telecamere poste sugli elmetti di quattro soldati statunitensi vittime della cosiddetta “imboscata di Tongo Tongo” avvenuta nell’ottobre del 2017 e che ha causato la morte e il ferimento anche di militari nigerini. Lo scorso agosto, invece, i jihadisti hanno ucciso in un parco safari vicino alla capitale, Niamey, sei operatori umanitari francesi e due guide turistiche locali. Ma le vittime più numerose nelle regioni vicino al confine maliano sono forse i militari nigerini che, regolarmente, sono stati uccisi a decine durante una lunga serie di attacchi contro le loro basi militari. Nel sud-est del Paese, invece, da oltre cinque anni sono continui gli attacchi di Boko Haram. I militanti nigeriani operano nella zona del Lago Ciad e sono stati responsabili della morte e del reclutamento di civili, oltre ad aver più volte sopraffatto i militari ciadiani, considerati i migliori del Sahel. Nel marzo del 2020, l’esercito ciadiano perse 92 soldati scontrandosi con Boko Haram. La perdita più grave nella storia militare recente del Ciad.

In Nigeria, dopo la divisione di Boko Haram nel 2016 in due fazioni ugualmente agguerrite, i militanti islamici che fanno capo a Abubakar Shekau hanno adottato una nuova strategia per espandere il loro raggio d’azione. Solitamente abituati a colpire il nord-est, oltre alla capitale, Abuja, negli ultimi mesi si sono accordati con milizie armate locali nel nord-ovest per effettuare numerosi sequestri di massa contro studenti che frequentano scuole elementari, medie, licei e università. “Oltre 700 studenti sono stati rapiti dallo scorso dicembre – sostiene il rinomato quotidiano nigeriano, Premium Times –. Centinaia di scuole negli Stati federali nord-occidentali sono infatti state chiuse”. Dopo anni di tentennamenti, il presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, ha confermato pubblicamente il suo interesse nell’agevolare il trasferimento di Africom, il Comando Statunitense per l’Africa, dalla città tedesca di Stoccarda in Nigeria. Anche a causa dell’insicurezza nel Paese, Buhari sembra però avere i giorni contati: sempre più persone, tra cui anche alti ranghi dell’esercito, stanno infatti facendo pressione affinché lasci il potere.

Nel vicino Benin, invece, i jihadisti hanno rapito due turisti francesi e ucciso una nota guida beninese. L’attacco è avvenuto due anni fa nel parco della Pendjari. Sebbene i turisti siano stati salvati qualche giorno dopo, due soldati francesi delle forze speciali sono rimasti uccisi durante l’operazione lanciata nel territorio burkinabé mentre i militanti islamici stavano scappando probabilmente verso il Mali. A febbraio del 2021, l’intelligence francese si è sentita costretta a dichiarare pubblicamente che “i principali leader jihadisti nel Sahel hanno intenzione di espandersi in Benin e Costa d’Avorio”. Ma sono preoccupanti anche le notizie legate al Senegal, dove le autorità locali hanno arrestato nello stesso periodo quattro presunti membri di una cellula jihadista presente nella cittadina di Kidira, al confine con l’ovest del Mali. Una zona dove l’etnia seminomade dei peul sostiene, come in altri Paesi in cui risiede, di essere duramente emarginata e discriminata dallo Stato. Tali dinamiche rappresentano una pentola a pressione che sembra vicina all’esplosione.

Nella Repubblica democratica del Congo ci sono stati numerosi massacri da parte delle Forze alleate democratiche (Adf). Sebbene originari dell’Uganda da cui hanno lanciato un’insurrezione di matrice islamica durante la metà degli anni Novanta, recentemente gli islamisti si sono espansi soprattutto nella regione del Nord Kivu. Il leader delle Adf, Jamil Mukulu, aveva incontrato Osama bin Laden quando quest’ultimo viveva in Sudan. Per anni, inoltre, il gruppo armato ha collaborato con i militanti di al Shabaab che continuano a occupare vaste zone della Somalia. I jihadisti somali, sebbene siano stati costretti a ritirarsi dieci anni fa dalla capitale, Mogadiscio, non hanno perso la loro capacità di attaccare ovunque e in qualsiasi momento.

Sempre definiti “shabaab” (giovani) sono anche quei gruppi islamici che hanno stretto in una morsa brutale la provincia di Cabo Delagado, nel nord del Mozambico. Centinaia di civili sono rimasti uccisi insieme a decine di militari mozambicani. A causa delle violenze, il gigante petrolifero francese, Total, ha annunciato di aver sospeso i suoi lavori legati a uno dei progetti energetici più importanti del continente.

Obiettivo comune

Gli analisti hanno comunque spesso difficoltà a decifrare i numerosi gruppi jihadisti sul continente africano e le loro varie affiliazioni. Da quando lo Stato islamico ha perso terreno in Medio Oriente, si sono formate molte fazioni a seconda delle aree in cui vengono lanciate le loro operazioni: Iswap (Stato islamico nella provincia dell’Africa occidentale), Isgs (Stato islamico nel grande Sahara), e Iscap (Stato islamico nella provincia dell’Africa centrale). “L’espansione degli affiliati dello Stato Islamico nell’Africa sub-sahariana ha portato a un’ondata di terrorismo in molti Stati del continente africano – evidenzia il Global Terrorism Index –. Sette dei 10 Paesi con il maggiore aumento del terrorismo sono Burkina Faso, Mozambico, Rdc, Mali, Niger, Etiopia e Camerun”.

I gruppi jihadisti sono capaci di comunicare tra loro quando necessario. Grazie a social media, internet, telefono, e a lettere cartacee, i militanti islamici scambiano messaggi, dettagli sulle operazioni, ostaggi, contatti e filmati. Se questi gruppi si combattono spesso tra loro in Medio oriente, si crede che in Africa occidentale riescano a lavorare meglio insieme. Un chiaro esempio è appunto il Gsim, fornito di almeno 2mila militanti che hanno recentemente deciso di unire le forze e condividere gli sforzi. “Mentre al-Qaeda e il Daesh sono nemici in Siria e Yemen, le alleanze in Africa occidentale tendono ad essere più fluide poiché spesso sostenute da legami tribali e preoccupazioni pratiche piuttosto che ideologiche – hanno affermato le leadership degli eserciti africani –. Gli affiliati hanno nemici comuni: i governi occidentali e locali da cui stanno cercando di strappare il controllo”.

L’Europa si sta muovendo con molta lentezza, prediligendo gli interessi economici legati alla materie prime africane e ignorando le conseguenze rispetto alle dinamiche sociali che intercorrono tra il comune cittadino e le autorità locali. I divari aumentano mentre le alternative diminuiscono. Nel vuoto, migrazione e jihadismo spesso rimangono le uniche due estreme soluzioni per chi vuole uscire dalla povertà. La cooperazione internazionale, priva di un coordinamento efficace, rappresenta la foglia di fico in grado di nascondere un cancro che sembra diffondersi attraverso l’intera Africa sub-sahariana. Continuare su questa strada non potrà che salvare pochi e uccidere molti.

 Matteo Fraschini per RESET - 12 maggio 2021

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