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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

l'espresso

E ora la Somalia ci chiama

per L'Espresso

Per mezzo secolo è stata una nostra colonia. Adesso è un Paese alla fame, stremato da una guerra civile infinita, dove lo Stato non esiste. E da Mogadiscio parte un appello disperato all'Italia

Sono giorni di festa in una larga fetta di mondo ma a Mogadiscio, capitale della Somalia da vent'anni sconvolta da guerre e crisi umanitarie e da tempo proibita agli stranieri, sembra morta anche la speranza. E se possibile va ancora peggio di prima. Dalle stanze fatiscenti del Naasa Hablod hotel si sentono spari in continuazione. Da alcuni giorni i ribelli islamisti di al Shabaab, alleati ad al Qaeda, hanno ingrossato le loro fila con gli insorti di un'altra organizzazione, Hizbul Islam, e lanciato una nuova offensiva contro il governo federale di transizione (Tfg) del presidente Sheikh Sharif Ahmed, appoggiato dagli ottomila soldati di pace dell'Unione africana (Amisom) che presto diventeranno dodicimila.

A farne le spese, soprattutto e come al solito, i civili. I ribelli li usano come scudi umani. Le forze fedeli al governo sparano spesso senza alcuna idea di dove possano cadere i proiettili. In mezzo a tanta pazzia, nel Paese disperato e senza prospettive, sembra crescere una sorta di nostalgia dell'Italia, del ruolo che non ha svolto, di quello che potrebbe giocare per favorire la pacificazione di questa sua ex colonia.

Il deputato Hagi Sciukri, 72 anni, sfoglia pagine di documenti che ripercorrono le relazione tra il suo martoriato Paese e il nostro. I suoi colleghi lo chiamano "l'archivio". Non solo per l'infinità d'informazioni che possiede, ma anche perché è il parlamentare più anziano della Somalia. Sciukri non solo ha trascorso una vita al servizio della Somalia ma nei momenti più difficili ha aiutato i servizi di sicurezza italiani, soprattutto in materia di rapimenti. Ha anche interpretato il ruolo del sultano di Bosaso nel film "Il più crudele dei giorni" (lavoro per il quale non è ancora stato pagato), che narra la storia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio nel 1994. "Ho visto il rapporto tra la Somalia e l'Italia crescere per poi dissiparsi fino a scomparire quasi del tutto", racconta mentre rilegge una fotocopia del patto del 1894, anno in cui il capitano Vincenzo Filonardi prendeva accordi con la leadership locale riguardo al futuro somalo. "Siamo in molti a pensare che le autorità italiane non siano interessate a uno Stato sovrano somalo perché avremmo diritto a dei risarcimenti come è successo con la Libia. Ci teniamo all'Italia, siamo felici che in molti settori, dal cibo all'educazione, dall'aspetto giudiziario a quello amministrativo, la vostra cultura faccia ancora parte della nostra".

Lasciata a se stessa per anni, Mogadiscio è ora una città proibita agli stranieri. Per raggiungere qualsiasi zona controllata dal Tfg è necessario viaggiare con almeno cinque guardie armate di Kalashnikov. Gli autisti sono addestrati dall'intelligence a guidare e sparare allo stesso tempo. Tracce d'Italia si trovano però dappertutto. Come a Radio Mogadiscio, basata all'interno del ministero dell'Informazione, la più ascoltata in Somalia e, di conseguenza, la più odiata dai ribelli. È qui che Hussein, responsabile dell'archivio, inizia a cercare un po' di musica italiana. Radio Mogadiscio, nata e ancora parzialmente finanziata grazie alla Farnesina, trasmetteva il programma Rai "L'Italia canta". Quasi a testimonianza dell'odierna realtà somala, la canzone "Disperato" di Marco Masini è la prima dello scaffale, seguita dai brani di artisti come Milva, Paola Turci, Gianni Morandi, I ricchi e poveri. All'ospedale Medina, il più grande della capitale, il responsabile, dottor Mohamed Yusuf, si considera romano d'adozione: "L'Italia non ha mai avuto un grande peso negli affari esteri. Io non posso che ringraziare l'ambasciatore Stefano Dejak e la cooperazione italiana per il supporto che l'ospedale ha avuto durante gli anni, ma mi rendo conto che abbiamo anche bisogno di una maggiore influenza politica da parte dell'Italia".

Riuscire ad avere un appuntamento con il dottor Yusuf non è facile. La sua disponibilità nel raccontare e mostrare le conseguenze di questa tragica guerra è infinita, ma spesso i ribelli lo prelevano di forza per portarlo nelle loro aree, e costringerlo a curare gli insorti. In una delle semplici ma dignitose sale di degenza del Medina, Dunia, una bambina di 13 anni, ha il corpo interamente bendato. Una mina raccolta da alcuni militari è esplosa uccidendo quattro soldati, ferendone altri dieci, e investendo Dunia mentre andava al mercato. Ora la ragazzina ha il viso gonfio e completamente bruciato, le pupille degli occhi sono l'unica parte del corpo in grado di muoversi. Poco dopo, nella corsia d'emergenza, arriva un anziano con un profondo buco alla testa da cui continua a sgorgare sangue. Stava pregando quando un proiettile gli ha perforato il cranio. I medici cercano di chiudere la ferita ma non c'è niente da fare: spira tra le loro braccia. Ieri, invece, il dottor Yusuf ha passato la giornata a togliere diverse schegge di mortaio, conficcate in varie parti del corpo di un poliziotto. Scene ordinarie a Mogadiscio, città stuprata dagli aspri conflitti interni e sfruttata dal resto del mondo.

"L'Italia era il nostro padrino fino a quando ci ha lasciati soli", spiega Ali Abdullah Obsole, un altro deputato: "L'Italia deve iniziare a comportarsi come la Francia e l'Inghilterra che, appena le loro ex colonie danno segni d'instabilità, intervengono per evitare che i loro interessi siano danneggiati". Sono finiti i tempi in cui molte aziende italiane potevano usufruire del territorio somalo per generare una rete commerciale con il resto del mondo. "Dagli Stati Uniti alla Scandinavia, dai Paesi arabi del Golfo alla Cina, tutti stanno giocando un ruolo sostanzioso in Somalia", afferma Abdurrazak Sheikh Muhyidin, ministro per le risorse naturali, appena arrivato dal Kenya dove si è incontrato con l'ambasciatore cinese per approfondire la relazione commerciale tra i due Paesi. "Persino il Giappone sta acquistando una sempre maggiore influenza all'interno degli affari somali.

L'Italia, per il momento, non mi ha ancora contattato". Secondo Hussein Sheikh Ali, funzionario di 35 anni al ministero della sicurezza, per riavviare il rapporto culturale con l'Italia sarebbe necessario fornire borse di studio ai giovani somali che, invece di essere reclutati dai ribelli, porterebbero in Somalia una mentalità diversa. "Ormai solo gli anziani parlano italiano", spiega Ali, "quelli della mia generazione parlano unicamente inglese o arabo". Anche per il maggiore Mohamed Abdullahi, direttore della dogana all'aeroporto di Mogadiscio, sarebbe fondamentale un rapporto diretto con le sue controparti in Italia: "Ogni tanto mi sento con alcuni amici di Fiumicino, Orvieto, Bergamo, i posti in cui sono stato addestrato. Dovrebbe essere nell'interesse di tutti collaborare insieme per condividere informazioni e garantire una maggiore sicurezza".

Fonti della diplomazia italiana a Nairobi bollano come "quasi impossibili" le proposte di collaborazione avanzate dai somali a causa delle difficoltà di comunicazione e delle troppe divisioni che esistono tra i vari clan. Secondo i diretti interessati, però, non è mai troppo tardi per ricominciare a parlarsi, e l'onorevole Sciukri, finché vivrà, sarà uno di quelli: "Con altri 115 deputati, l'anno scorso ho spedito una lettera in cui chiedevamo al Parlamento italiano di aiutarci costituire una commissione d'amicizia interparlamentare tra l'Italia e la Somalia. Ho però il doloroso presentimento che anche questa proposta sia stata ignorata".

 

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