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No al legno pregiato venduto illegalmente L’Africa che prova a «ribellarsi» alla Cina

DAKAR, Senegal -- La Cina resta al centro dei traffici e commerci di risorse naturali in Africa. La fame insaziabile di Pechino per le materie prime del Continente nero si sta però scontrando, sempre più, con imprese e organizzazioni della società civile africana che, con grande difficoltà , tentano di limitare soprattutto i danni sull’ambiente. È il caso del legname in Senegal e Gambia, e delle miniere di bauxite in Ghana.

«Abbiamo deciso di sospendere il trasporto di legname proveniente dal porto di Banjul, in Gambia – ha confermato ieri la Cma-Cgm, la quarta compagnia di trasporto marittimo al mondo –. In seguito a un’inchiesta interna siamo abbastanza certi che del palissandro protetto sia stato illegalmente esportato grazie alle nostre navi verso la Cina».

Dopo un rapporto dell’Agenzia di investigazione ambientale (Eia) sul traffico di legname, sono venuti a galla i dettagli della risorsa naturale più trafficata al mondo per quantità e volume d’affari: il palissandro, appunto. «Da tre anni la Cina ha importato attraverso il Gambia circa 500mila alberi per un totale di 300mila tonnellate e un valore di 100 milioni di dollari – affermano gli esperti –. Con l’arrivo al potere del presidente gambiano, Adama Barrow, nel 2017, dopo la caduta del dittatore Yaya Jammeh, il traffico di palissandro continua senza interruzione». Il legname segato giorno e notte nella Casamance, regione meridionale del Senegal, viene trasportato via terra attraverso il confine

con il Gambia e caricato al porto di Banjul. «Il commercio del legname nella regione è caratterizzato da opacità e corruzione – ha commentato Lisa Handy, a capo della campagna per la difesa della foresta presso la Eia –. Speriamo che altre compagnie marittime seguano l’esempio della Cma- Cgm».

Un gruppo di attivisti ambientali ha invece fatto causa al governo del Ghana per fermare l’estrazione in una miniera di bauxite, materia prima utile a produrre alluminio, che si trova nella foresta di Atewa, nel sudest del Paese. Tale progetto fa parte di un accordo da 2 miliardi di dollari con la Cina. «La foresta è la nostra vita – spiega Oteng Adjei, attivista ambientale ghanese –. Le miniere violano il diritto costituzionale di avere un ambiente sano e pulito». Le autorità locali non hanno ancora commentato la causa, ma la Giadec, la società ghanese coinvolta nel progetto, aveva detto che la miniera avrebbe prodotto «almeno 35mila posti di lavoro». Secondo le più recenti statistiche, il Ghana ha perso «il 60 per cento delle foreste primarie tra il 2017 e il 2018».

Gli alberi vengono illegalmente abbattuti e esportati a livelli impressionanti per fare spazio a miniere e piantagioni. La foresta di Atewa ospita piante e animali rari ed è la fonte per tre fiumi che producono acqua per milioni di cittadini, compresi i residenti della capitale commerciale, Accra. Gli attivisti vorrebbero trasformarla in un parco nazionale, ma le ruspe hanno già iniziato i lavori.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 10 luglio 2020 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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