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Gli investigatori: «Fin dall’inizio la pista era somala»

DAKAR, Senegal - «Gran bella notizia per me e per la mia squadra. Avevamo interrotto le nostre ricerche tempo fa per mancanza di nuovi indizi. Il fatto che Silvia sia stata liberata in Somalia conferma però le nostre informazioni ». Sono le prime parole ad Avvenire di uno degli agenti di polizia della costa keniana, che per questioni di sicurezza preferisce mantenere l’anonimato. Era stato incaricato insieme ad altri suoi colleghi di seguire le tracce della volontaria milanese rapita nel 2018 nella cittadina di Chakama, a circa 80 chilometri dalla località turistica di Malindi.

«Appena avevamo ricevuto notizie del suo sequestro ci siamo messi all’inseguimento dei rapitori, che credevamo fossero di origine somala – spiega l’agente –. Per tre settimane ci siamo spinti fino all’area del fiume Tana, ma da quel punto in poi finiva la nostra giurisdizione». Dopo alcuni mesi di silenzio, erano cominciate a circolare varie voci sui vari media locali. C’è chi l’accusava di essere implicata in un sofisticato traffico d’avorio per il quale sarebbe stata punita da un gruppo di criminali con cui si sarebbe indebitata. Mentre nella comunità italiana sulla costa, soprattutto a Kilifi e Malindi, qualcuno sosteneva che «Silvia aveva denunciato per pedofilia un operatore umanitario italiano alla stazione di polizia di Malindi» e che «lui sarebbe stato il responsabile del sequestro». Con la cattura di tre keniani di origine somala e l’avvio del processo a Malindi nei loro confronti, aveva invece cominciato a delinearsi la tesi di un’operazione jihadista. Piaga che il Kenya, sebbene mantenga una consistente presenza militare nel sud somalo dal 2011, fatica ancora a gestire. I tre, arrestati il 26 dicembre 2018, avrebbero fatto parte di una gang di otto persone che il 20 novembre attaccò il villaggio di Chakama per poi rapire la volontaria. Due, Gababa Wario e Moses Luwali Chembe, hanno ammesso le loro responsabilità, dicendo agli inquirenti che fino a Natale Silvia Romano era viva, e che poi era stata ceduta a un altro gruppo. Il processo non si è ancora concluso, e uno degli accusati, Ibrahim Adan Omar, è sparito: era uscito dal carcere pagando una cauzione di 26mila euro (una somma enorme per il Kenya) e non si era poi presentato all’udienza di novembre. A gennaio, il giudice ha stabilito di riprendere le udienze solo nel caso fosse ricomparso.

 

Gli altri: padre Gigi, padre Paolo e Chiacchio

Sono ancora tre gli italiani nelle mani dei jihadisti in due zone del mondo. Nel nord del Mali, prigionieri nello stesso campo jihadista, ci sono padre Pierluigi («Gigi») Maccalli, missionario della Società delle missioni africane (Sma), e il turista Nicola Chiacchio. Il primo era stato rapito il 17 settembre del 2018 nella sua parrocchia a Bomoanga, nella diocesi di Niamey, capitale del Niger. Un gruppo di uomini armati aveva fatto irruzione negli edifici della missione e aveva catturato durante la notte il prete, originario del cremasco. Di Nicola Chiacchio, invece, si erano perse le tracce il 4 febbraio del 2019. Il cinquantenne campano, ingegnere aereospaziale e amante dei viaggi, stava attraversando in bici il Mali nell’area di Douentza in direzione verso Timbuctu quando è stato fermato dai militari per due giorni, prima di proseguire in una delle regioni più pericolose del Sahel. Entrambi sono apparsi un mese fa in un breve video ottenuto da “Avvenire” in cui si presentano davanti alla telecamera. Di padre Paolo Dall’Oglio, gesuita di origini romane e fondatore della Comunità di Mar Musa, non si hanno invece più notizie dal 29 luglio 2013: è stato rapito a Raqqa, in Siria, dove era rientrato clandestinamente, dopo un’espulsione ordinata dal governo siriano, per tentare una difficile mediazione con delle milizie che si opponevano al regime.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 10 maggio 2020 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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