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In Africa leader cattivi maestri Ormai contagiati 40 Stati su 54

Written by Matteo Fraschini Koffi on .

DAKAR, Senegal - «L’Africa deve svegliarsi, il mio Continente deve svegliarsi. I numeri ufficiali potrebbero sottovalutare la reale estensione dell’epidemia». Sono dure le parole dell’etiope Tedros Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Nonostante i comunicati governativi

che spiegano le nuove misure per prevenire il Covid– 19, non solo la popolazione, ma anche i governanti, stanno dimostrando di non prendere sul serio la crisi. Per partecipare al giuramento del presidente namibiano, Hage Geingob, i capi di Stato Emmerson Mnangagwa dello Zimbabwe, Joao Lourenco dell’Angola e Mokgweetsi Masisi del Botswana, hanno infatti violato le loro stesse restrizioni. In Africa subsahariana la realtà sembra ben più grave di ciò che appare.

 

«Non credete ai politici o ai media – è lo sfogo di un medico in un pronto soccorso della capitale togolese, Lomé –. Nessuno sta seguendo le regole e i corsi di formazione promessi per gli ospedali inizieranno probabilmente alla fine della crisi, come successe con ebola». Su 54 Stati africani, 40 sono stati colpiti dal virus in tre settimane. Ieri è stato il turno di Angola e Zimbabwe. Ad oggi sono oltre mille i contagiati e 21 i decessi. Gli ultimi due si sono registrati in Burkina Faso e il terzo è avvenuto nella capitale congo- lese, Kinshasa. Mentre nel primo Paese il numero di contagiati è salito a 64, inclusi quattro ministri, nella Repubblica democratica del Congo sono 23 i malati. Entrambi gli Stati non presentavano alcun caso all’inizio di settimana scorsa. Mentre in Togo, da un unico contagio sono ora 16 le persone malate. In Senegal sono stati registrati invece 21 nuovi casi tra il 16 e il 18 marzo, per un totale di 47. La rapidità con cui il virus si è propagato in quasi ogni angolo del Continente ha suscitato dei sospetti tra gli esperti.

Le statistiche ufficiali non quadrano. Inoltre, tra i Paesi ancora risparmiati dal Covid–19 ci sono: Mozambico, Mali, Sierra Leone, e Guinea Bissau, tutti devastati da una guerra civile recente o in corso, e i cui sistemi sanitari sono noti per la loro fragilità. I casi, invece, aumentano con relativa lentezza. Tra le numerose ragioni per spiegare la situazione africana, nessuna è data per certa. Innanzitutto, il caldo potrebbe rappresentare una barriera climatica in grado di contrastare la trasmissione del virus tra gli esseri umani. L’età media africana di 19 anni risparmierebbe inoltre gran parte della popolazione del Continente. Le statistiche provano infatti che il Covid–19 infetta e uccide soprattutto le persone oltre i 50.

C’è chi ha sottolineato anche un sistema immunitario diverso tra gli africani e gli europei, capace di sopportare meglio alcune malattie e meno altre. Infine, gran parte dei contagi sono «importati», cioè derivano da stranieri

o locali che hanno viaggiato in aereo fuori dal continente. Un’abitudine rara per gli africani a causa degli alti costi legati al volare fuori e dentro l’Africa. Sono però diversi anche i motivi meno scientifici che potrebbero cambiare la percezione ottimista riguardo alle statistiche africane sull’epidemia.

«Ci sono stati esempi in cui i potenziali malati sono scappati o si sono nascosti – hanno detto alcuni operatori umanitari sul campo –. Oppure, se risultano positivi al Covid– 19, celano la quantità e l’identità delle persone con cui sono entrati in contatto, impedendo ulteriori verifiche di contagio». A volte sono invece i governi africani che, come successe con l’epidemia di ebola del 2014–16, preferiscono ritardare o evitare la pubblicazione di dati sui morti e i contagiati.

Gran parte dei Paesi hanno adottato misure sempre più drastiche per limitare gli spostamenti e i contatti. La prossima settimana sarà quindi cruciale per la sorte dell’Africa. «Sono convinto che attraverso un buon coordinamento e un radicale aumento di risorse sarà possibile evitare la crisi del Covid–19 in Africa – ha detto ieri il dottor Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’Oms per l’Africa –. Ma è quello che facciamo oggi che determinerà chi si ammalerà e chi sopravviverà all’epidemia domani».

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 22 marzo 2020 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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