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E l’Africa sempre più cinese si scopre impreparata

DAKAR, Senegal - L’Africa, il solo continente risparmiato dall’epidemia del coronavirus, non è pronta. Come con la crisi del virus ebola del 2013-16, le autorità locali ammettono di non avere le capacità per affrontare un’altra epidemia che potrebbe durare anni e propagarsi rapidamente. Per ora sono infatti scarse le misure di prevenzione adottate dai governi africani per evitare eventuali contagi. Inoltre, l’attenzione della comunità internazionale resta focalizzata su tutto il resto del mondo, non preoccupandosi delle difficili condizioni in cui versano i settori sanitari di gran parte degli Stati africani. «L’Africa rappresenta il tallone d’Achille della salute nel mondo – hanno dichiarato la settimana scorsa alcuni esperti statunitensi –. Il continente africano rischia di diventare terreno fertile per questa epidemia». A questo proposito decine di ambasciatori africani si sono incontrati a Washington con i funzionari americani per organizzare una risposta in grado di diagnosticare e contenere il virus. «Dal Ghana all’Etiopia, dalla Tanzania alla Costa d’Avorio, sono almeno 13 i Paesi più a rischio di rimanere vittime dal coronavirus – ha recentemente dichiarato Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’Africa presso l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) –. Tutti questi Paesi hanno forti relazioni con la Cina». Per ora una ventina di casi di possibili contagi registrati in Africa sono tutti risultati negativi. Le misure di prevenzione sono al momento concentrate negli aeroporti. Il ministero della Salute ugandese, per esempio, ha affermato di aver messo in quarantena per 14 giorni «oltre 100 persone » atterrate all’aeroporto internazionale di Entebbe dalla Cina. Circa un terzo dei passeggeri erano cinesi. In Nigeria ci sono state invece proteste da parte del personale medico aeroportuale privo di materiale sanitario di base come guanti, mascherine o disinfettanti.

Anche i mezzi per proteggere i propri cittadini all’estero sono pochi. Centinaia di studenti africani nella città di Wuhan, epicentro della crisi, vogliono essere rimpatriati. Molti di loro hanno però denunciato l’inefficacia dei loro governi nel gestire l’epidemia. «Non abbiamo le risorse per rimpatriare i nostri connazionali – ha ammesso questa settimana il presidente del Senegal, Macky Sall, oggetto di forti critiche da parte di molti genitori senegalesi che vorrebbero rivedere i propri figli iscritti alle università di Wuhan –. Possiamo solo limitarci a restare in contatto con i nostri cittadini attraverso il ministero degli Affari esteri e le nostre sedi diplomatiche in Cina».

Il Kenya prevede invece di rimpatriare 85 studenti appena verrà tolto il blocco imposto a Wuhan. «Abbiamo allestito due sale d’attesa all’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta e istituito una struttura di isolamento presso l’ospedale nazionale Kenyatta – recita un comunicato del ministero della Salute keniano –. Altre strutture di isolamento sono previste nella contea di Nairobi». La Guinea Equatoriale ha invece annunciato un finanziamento di 2 milioni di dollari per aiutare Pechino. L’Oms ha comunque identificato solo sei laboratori in tutto il continente in grado di individuare il coronavirus. «Un laboratorio sudafricano ha testato 71 campioni di sangue provenienti da diversi Paesi che avevano casi sospetti – ha affermato Michel Yao, responsabile delle emergenze in Africa presso l’Oms –. L’organizzazione invierà quindi ulteriore supporto a 24 Stati africani per consentire loro di testare il virus».

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRe - 6 febbraio 2020 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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