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Mogadiscio, i jihadisti seminano morte Oltre cento vittime, trenta sono studenti

SOMALIA - Mogadiscio ancora capitale del terrore. La città è stata colpita, ieri mattina, da uno dei più gravi attentati jihadisti degli ultimi due anni. Sarebbero almeno 78 i morti e un centinaio i feriti. Alcune fonti parlano invece di oltre 100 vittime, tra loro 30 studenti dell’università di Benadir, donne e bambini. Una presunta rivendicazione dei miliziani di al-Shabaab, due ore dopo il massacro, suscita molti dubbi anche perché in Somalia ha già manifestato la sua presenza anche il Daesh. «I jihadisti hanno usato un’autobomba guidata da un kamikaze», ha detto Ismael Mukhtar, portavoce del governo. «Una volta raggiunto il posto di blocco “ex control Afgoye” il veicolo è esploso. Erano le 8, l’ora di punta per le attività. «Tra le vittime – ha continuato Mukhtar –, ci sono sia civili sia forze di sicurezza». L’ordigno ha distrutto diverse automobi-li, bancarelle e danneggiato gli edifici circostanti.

Le immagini delle tv locali hanno mostrato i pulmini degli studenti “sfregiati” dalle macchie di sangue. Per il dottor Abdulkadir Abdirahman Adan, a capo di un servizio gratuito di ambu-lanze, i terroristi «volevano colpire gli studenti mentre si recavano all’università ». L’ennesimo segnale della chiusura a ogni forma di cultura «occidentale ». Il posto di blocco nel mirino si trova alla periferia della capitale, a un incrocio stradale che collega Mogadiscio con il sudovest della Somalia. Tra le vittime ci sono poliziotti, passanti e anche alcuni stranieri. «Sono morti almeno due nostri cittadini oltre ai nostri fratelli e sorelle somali – ha confermato ieri Mevlüt Çavusoglu, ministro degli affari esteri turco –. Continueremo comunque a stare vicino alla popolazione somala». Da circa dieci anni, la Turchia di Erdogan ha note- volmente aumentato i livelli di cooperazione con la «amica Somalia» dopo aver costruito un’ambasciata e lanciato diversi programmi legati ai settori di infrastrutture, sanità, commercio e addestramento militare. Il territorio somalo rappresenta un punto nevralgico per le dinamiche tra continente nero, Medio Oriente e Europa.

«Seguo con partecipazione e profonda tristezza le notizie sul gravissimo attentato che ha colpito Mogadiscio – ha scritto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato al presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed –. In questa luttuosa circostanza giungano a lei e all’amico popolo somalo le espressioni del nostro più sentito cordoglio».

Alle parole di Mattarella ha fatto eco la condanna della Farnesina per questo «vile attacco». Anche l’Unione Europea (che tra i suoi addestratori militari conta anche 123 soldati italiani), attraverso il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, ha espresso «grande tristezza per l’attentato terroristico», con la promessa di «continuare a sostenere l’Africa nella lotta al terrorismo ». Immediata anche la reazione del presidente del Parlamento

Ue, David Sassoli del segretario Onu Antonio Guterres, e di molte organizzazioni che assistono la Somalia: tra queste Sant’Egidio che ha chiesto di non «abbandonare » il Paese a se stesso. Quello di ieri è però solo l’ultimo atto di una strategia di sangue. Dalla Nigeria al Niger, passando per il Burkina Faso fino alla Somalia, l’ondata del radicalismo islamico ha dimostrato questa settimana di essere capace di ogni atrocità.

Anche se al-Shabaab denoterebbe difficoltà. «L’uso di attentatori suicidi è indice di debolezza – affermano gli analisti –. Gli shabaab vogliono ormai evitare lo scontro diretto con l’esercito somalo e le forze dell’Unione Africana, assistite dagli Usa». Hanno da tempo abbandonato azioni militari per ripiegare sui più “facili” attentati suicidi. Da quando l’organizzazione è stata costretta ad abbandonare Mogadiscio nel 2011, la capitale somala e altre località nel Paese sono diventate progressivamente bersagli dei kamikaze e di limitati attacchi a sorpresa. Inoltre, l’esercito locale, sostenuto da diverse potenze militari come gli Stati Uniti, l’Ue e il Kenya, ha aumentato le sue capacità operative.

Le influenze esterne di al-Qaeda e, successivamente del Daesh, hanno inoltre aperto profonde spaccature all’interno dei gruppi, spesso sfociate anche in scontri a fuoco tra i militanti. Nonostante ciò, al-Shabaab continua a rappresentare un grande ostacolo per il ripristino della stabilità dopo quasi trent’anni di conflitto. Come, del resto, il Daesh. Oltre ai più recenti attentati di novembre e febbraio di quest’anno con sessanta vittime, gli shabaab sono stati responsabili del piuù sanguinoso attentato: nell’ottobre 2017 causarono, in un solo giorno, oltre 500 morti.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 29 dicembre 2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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