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SAHEL / Burkina Faso, ancora sangue: 130 gli uccisi nei raid jihadisti

Come temuto il Burkina Faso ha passato un Natale insanguinato. Una serie di attacchi jihadisti, lanciati durante la vigilia, ha causato la morte di oltre 130 persone tra civili, militari e ribelli. Il presidente, Roch Kaboré, ha decretato il 24 e 25 dicembre giornate di lutto nazionale.

«In questo giorno di Natale mandiamo un pensiero compassionevole alle famiglie colpite dagli attacchi terroristici nel nostro Paese – ha riferito Kaboré in un comunicato –. Cerchiamo di essere vicini ai nostri soldati che si battono da eroi per mantenere la sicurezza sul nostro territorio». Le violenze sono iniziate martedì mattina. Un’autobomba è esplosa davanti al cancello di una base militare nella località di Airbinda, provincia di Soum, nel nord-est, dando inizio a un lungo scontro armato. L’attacco è stato lanciato da oltre 200 militanti islamici a bordo di motociclette. Nel corso dei combattimenti è intervenuta la forza aerea locale che ha contribuito a respingere i jihadisti. Durante la ritirata, però, sono stati attaccati diversi villaggi. Il bilancio è di «35 civili uccisi, tra cui 31 donne». Mentre sono stati almeno «80 i militanti islamici morti e sette le vittime tra i soldati burkinabé». Non era mai successo negli ultimi cinque anni di conflitto che venissero uccise così tante donne. Inoltre, i ribelli hanno rubato centinaia di moto e una discreta quantità di materiale bellico dell’esercito. La popolazione e le autorità, alcune di quest’ultime arrivate sul posto per far visita ai sopravvissuti, non hanno però neanche avuto il tempo di prendere coscienza dell’accaduto. Nella notte tra martedì e mercoledì, un gruppo di militari in pattuglia a pochi chilometri di distanza da Airbinda, nella località di Hallale, è caduto in un’imboscata. Almeno undici soldati sono morti, mentre resta imprecisato il numero delle vittime tra i ribelli islamici. Per il momento nessun gruppo ha rivendicato gli attacchi in cui si contano almeno 46 vittime.

Nella regione circolano differenti fazioni legate ad al-Qaeda o al Daesh.

«Prego per tutti i perseguitati a causa della loro fede – ha detto il Papa nel suo messaggio di Natale –. Specialmente per le vittime degli attentati esteremisti in Burkina Faso, Niger, Nigeria e Mali». Altre parole di conforto sono state pronunciate dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. «Condanno gli attacchi della vigilia di Natale in Burkina Faso – ha detto da New York l’inquilino del Palazzo di vetro –. L’Onu continuerà a sostenere i Paesi del Sahel nella lotta contro il terrorismo e l’estremismo violento».

Da quando il Mali è imploso nel 2013 in un vortice di violenze a sfondo religioso e etnico, le regioni centrali e settentrionali del Paese sono alla mercé di gruppi armati di matrice jihadista e separatista. A partire dal 2015, il vicino Burkina Faso ha iniziato a subire le incursioni dal Mali di vari militanti islamici che hanno provocato decine di attentati, ucciso almeno 700 persone e costretto alla fuga oltre 560mila civili. Numerosi attentati hanno preso di mira anche il Niger, dove due settimane fa sono rimasti uccisi 71 militari in seguito a un attacco jihadista nella base di Inates mentre ieri altri 14 militati sono stati uccisi in un’imboscata. Tutti Paesi noti per le ingenti riserve soprattutto di oro e uranio, risorse che fanno gola non solo alla loro ex potenza coloniale, la Francia, ma attirano anche l’interesse di altri Stati come Russia, Cina, e Stati Uniti.

Il conflitto nascosto tra le dune del deserto

700, le persone uccise in 220 attacchi in Burkina Faso dal 2015, anno d’inizio dell’offensiva jihadista nel Sahel

8 mila, sono i miliziani jihadisti che operano nel Sahel secondo stime degli analisti militari Usa di West Point

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Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 27 dicembre 2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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