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Sudan, il massacro di ragazzi chiude la porta del negoziato

SUDAN - Rimane alta la tensione in Sudan. Almeno cinque ragazzini, tra i 14 e i 16 anni, sono stati uccisi dalle forze di sicurezza locali durante una manifestazione pacifica contro il nuovo governo a El Obeid, una città nel sud del Paese. Ieri i leader della società civile hanno quindi cancellato le trattative

con il potere militare e richiamato la popolazione in piazza. «Ciò che è successo è molto grave e deludente – ha dichiarato ieri Abdel Fattah al-Burhan, capo della giunta militare transitoria al potere –. Dobbiamo subito far luce su tale dramma e punire i responsabili». La rabbia sta però montando tra la gente. Il massacro di El Obeid, capitale dello Stato del Nord Kordofan, potrebbe fermare per sempre i negoziati politici. Secondo le prime ricostruzioni, alcuni giovani liceali stavano protestando in modo pacifico per le strade contro la carenza del pane e dei servizi pubblici. Da tempo nella città mancano infatti accettabili quantità di cibo, acqua, elettricità e trasporti. A un certo punto gli studenti sono stati attaccati dai membri delle Rsf, un’unità paramilitare accusata in passato di crimini di guerra nella regione occidentale del Darfur. Le vittime sono state raggiunte dai proiettili e sono morte sul colpo. «Per oggi non c’è alcun negoziato in programma con i generali al potere – hanno dichiarato ieri alla stampa Taha Osman e Satea al-Haj, due leader della protesta sudanese mentre si trovavano a El Obeid –. Ci saranno invece proteste a livello nazionale in risposta all’uccisione dei cinque ragazzini».

 

Ieri migliaia di persone hanno infatti riempito le strade della capitale sudanese, Khartum. Le forze di sicurezza hanno sparato e lanciato lacrimogeni per disperdere i manifestanti. «Ci sono state diverse persone ricoverate negli ospedali con ferite d’arma da fuoco – hanno

detto alla stampa alcuni dei partecipanti alle proteste nella città di Omdurman –. I miliziani delle Forze di supporto rapido (Rsf) hanno usato le loro auto per investire la gente».

Ormai si teme un ritorno alle violenze che si sono verificate nei mesi successivi alla caduta avvenuta lo scorso aprile dell’ex presidente, Omar el-Bashir. «Questo modo di affrontare ripetutamente la popolazione con la forza dimostra quanto il consiglio militare non voglia davvero dialogare – ha commentato ieri Awol Allo, analista sudanese –. La transizione politica si sta prolungando e ormai non possiamo aspettarci un diverso comportamento da parte dell’esercito».

Da quando el-Bashir è stato spodestato, la giunta militare di Al Burhan ha riscontrato una forte resistenza civile. Le proteste di piazza iniziate lo scorso dicembre contro l’ex governo hanno portato centinaia di migliaia di sudanesi per le strade di diverse città del Paese. Migliaia di manifestanti si erano invece radunati davanti al quartier generale dell’esercito per costringere la giunta militare a cedere il potere alle autorità civili. Dopo alcune settimane, il sit-in è stato aggredito dai miliziani delle Rsf. Il massacro ha provocato la morte di oltre 120 persone. La crisi sudanese non sembra per ora trovare un’alternativa alla violenza.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 31 luglio 2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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MFK Matteo Fraschini Koffi

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