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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

avvenire, cronaca

Burkina, attacco in chiesa: 6 morti

Lome', TOGO - La recente ondata di jihadismo in Burkina Faso continua a seminare vittime e terrore. Nell’ultimo attacco, avvenuto domenica, un gruppo di militanti islamisti ha fatto irruzione in una chiesa protestante sparando ai fedeli durante la fine del servizio religioso. Il bilancio è di almeno sei morti. «I jihadisti sono arrivati a bordo di sette motocilcette », ha raccontato un sopravvissuto che preferisce mantenere l’anonimato. «Hanno subito cominciato a sparare in aria prima di puntare le armi contro i membri della nostra congregazione. Tra le persone colpite – ha aggiunto – ci sono il pastore, Pierre Ouedraogo, e i suoi due figli». I miliziani, inoltre, hanno ucciso tre fedeli, mentre non si hanno più notizie di altre due persone. Il Papa, ha fatto sapere il Vaticano, appresa «con dolore» la notizia «prega per le vittime e i familiari e tutta la comunità cristiana del Paese».

L’attentato è stato sferrato nel villaggio di Silgadji, a circa 60 chilometri da Djibo, capoluogo della provincia di Soum, nel nord-est del Paese. Tale regione ha subito una lunga serie di attacchi terroristici negli ultimi tre anni. Secondo fonti della sicurezza locale, i miliziani provenivano dal vicino Mali, teatro di un conflitto civile e jihadista dal 2012. Spesso, i guerriglieri sconfinano nelle nazioni limitrofe, ignorando le frontiere e eludendo i controlli. I terroristi hanno preso di mira più volte i leader musulmani. Da qualche mese, però, nel mirino sono finite anche le chiese. Lo scorso 5 aprile, in un villaggio della diocesi di Dori, nel nordest del territorio, alcuni uomini armati erano entrati in una chiesa cattolica durante la celebrazione della Via Crucis. Dopo aver diviso gli uomini da donne e bambini, i terroristi hanno sparato ai fedeli uccidendo almeno cinque persone. Mentre lo scorso febbraio, alcuni individui armati hanno fermato l’auto di un anziano prete spagnolo salesiano, padre Antonio Cesar Fernández, per poi sparargli nella boscaglia vicino al confine con il Togo. Monsignor Laurent Dabirè, vescovo di Dori, ha, invece, smentito la notizia del ritorvamento del corpo di Joel Yougbarè, parroco di Djibo, scomparso nel nord del Burkina Faso il 17 marzo. «Si tratta di una notizia diffusa sui social media e poi ripresa da alcuni media», ha precisato il pastore all’agenzia Fides.

Secondo le autorità, sono «almeno 350 i morti causati dal jihadismo a partire dal 2016». Il giorno prima dell’attacco

alla chiesa, alcuni miliziani avevano invece colpito una scuola nel sud-est del Paese uccidendo cinque insegnanti e un funzionario del comune. Entrambi gli attacchi di questo fine settimana non sono stati ancora rivendicati.

Il governo burkinabé ha comunque puntato il dito contro i due principali gruppi jihadisti della regione: Ansaroul Islam e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Gsim), alleato di al-Qaeda. Sono, però, numerose le altre fazioni jihadiste formatesi negli ultimi quattro anni e che occupano gran parte del territorio burkinabé. Uno di questi gruppi potrebbe persino essere responsabile del rapimento di Luca Tacchetto e Edith Blaise, scomparsi vicino alla città di Bobo Dioulassou a dicembre. «A differenza degli Stati confinanti come Mali e Niger, quanto sta succedendo qui non si era mai verificato prima – spiega ad Avvenire Silvia Pieretto, rappresentante in Burkina Faso per l’organizzazione umanitaria Gvc-Italia –. Un numero crescente di scuole e centri di salute sono chiusi, o funzionano solo parzialmente, lasciando i civili in condizioni sempre più precarie, senza accesso alla salute o all’educazione ». Da quando è salito al potere nel 2015, il presidente, Roch Kaboré, fatica a gestire l’ondata jihadista proveniente da altre regioni del Sahel. «Kaboré sta però cambiando strategia in vista delle elezioni presidenziali previste per l’anno prossimo – sostengono gli esperti –. Sta passando al contrattacco e iniziando a dialogare con i terorristi ». Il leader burkinabé ha, inoltre, accusato l’ex presidente, Blaise Compaoré, di usare i suoi canali per destabilizzare il Paese. Dopo la fuga di Compaoré, sull’onda di una rivolta contro un suo nuovo mandato, la capitale, Ouagadougou, è stata colpita ogni anno da un attentato terroristico.

Da sapere / Il 45% vive sotto la soglia di povertà

Il Burkina Faso continua a essere uno dei Paesi più poveri al mondo. L’indice di sviluppo umano lo classifica al 185esimo posto su 188 Stati, mentre circa il 45% dei quasi 20 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà. Gran parte della sua ricchezza deriva dall’agricoltura e dalle miniere d’oro sfruttate da diverse società straniere, tra cui cinesi e canadesi. Dopo l’uccisione nel 1987 di Thomas Sankara, il cosiddetto “Che Guevara africano”, e la longeva dittatura di Blaise Compaoré, i burkinabé hanno eletto nel 2015 Roch Marc Christian Kaboré, un banchiere ed ex primo ministro. Il nuovo presidente non ha una buona relazione con l’esercito, una delle principali ragioni dell’avanzata jihadista in Burkina Faso a partire dal 2016. Inoltre, gran parte degli alleati dell’ex presidente, Compaoré, si trovano in prigione o sono stati allontanati dal Paese. Questo motivi ha spinto lo stesso Kaboré ad accusare pubblicamente il governo precedente di fomentare l’ondata di jihadismo per tutto il territorio.

 

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 29 aprile 2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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