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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

avvenire, cronaca

In Ruanda il mondo voltò la testa

Lomé, TOGO - «Il ruolo della gioventù». Sarà questo il tema dell’anniversario di 25 anni da quando scoppiò il genocidio in Ruanda. Gli organizzatori della cerimonia e delle attività previste per l’evento hanno cominciato i lavori lo scorso dicembre. Tra gli invitati ci sono oltre 27 capi di Stato e di governo.

Leader regionali africani come europei. La lista prevede anche l’ex presidente statunitense, Bill Clinton, e l’ex premier britannico, Tony Blair. Non ci sarà invece il presidente francese, Emmanuel Macron. Nonostante alcuni progressi, la relazione tra Ruanda e Francia resta tesa a causa delle accuse reciproche rispetto alla responsabilità nelle violenze.

 

«Per questo anniversario vogliamo focalizzarci sui giovani ruandesi», ha spiegato Richard Sezibera, ministro degli affari esteri. «Le attività riguarderanno soprattutto l’insegnamento della storia a chi è nato dopo il 1994. Inoltre – ha continuato Sezibera –, le nostre sedi diplomatiche stanno combattendo l’aumento di negazionismo del genocidio in tutto il mondo». Il parlamento ruandese ha emanato leggi che «criminalizzano l’ideologia, il negazionismo e la revisione del genocidio». Sono ancora vivi i ricordi di quei cento giorni in cui oltre 800mila persone, in gran parte di etnia tutsi, furono massacrate a colpi di machete. Le immagini di centinaia di cadaveri abbandonati per la strada, gettati nei corsi d’acqua o bruciati nelle chiese rimangono impresse nella memoria dei sopravvissuti e di chi ha seguito gli sviluppi dello sterminio.

Il governo ruandese vuole quindi che i fatti di quel periodo sanguinoso vengano spiegati a chi ha meno di 20 anni, circa il 50 per cento della popolazione. Solo così si ridurranno le possibilità che scoppino nuove violenze. «Per giovedì e venerdì è stata preparata una conferenza internazionale dal titolo “Kwibuka25” (Ricordare25) nella lingua kinyarwanda – ha riferito la stampa locale –. Hanno partecipato 500 esperti, politici e organizzazioni di tutto il mondo». Sotto la guida del presidente,

Paul Kagame, il Ruanda ha fatto molti progressi. Specialmente legati al ruolo della donna, della salute, dell’insegnamento e dell’economia. Il Parlamento ruandese ha oltre il 60 per cento dei propri deputati donne. Il sistema sanitario e scolastico sono in gran parte gratuiti. Inoltre, il Ruanda è considerato dagli investitori stranieri come «lo Stato con il più basso livello di corruzione in Africa».

Kagame continua però ad essere accusato di autoritarismo rispetto alla popolazione e brutalità nei confronti dei suoi oppositori, alcuni dei quali sono stati imprigionati o uccisi. Dalla fine della ribellione, il padre- padrone del Ruanda ha controllato il paese con un pugno di ferro. Nelle elezioni del 2017 e grazie a un cambiamento della Costituzione, Kagame ha vinto un terzo mandato di sette anni con il 99 per cento, un caso unico al mondo.

«Credo che la durezza del presidente sia comunque necessaria per continuare a costruire la pace in Ruanda – hanno affermato ad Avvenire diversi diplomatici occidentali –. Le ferite del genocidio sono ancora troppo fresche per permettere una vera apertura democratica ». Secondo il Survivor fund, il fondo per i sopravvissuti, si stima che: «Durante il genocidio tra 250mila e 500mila donne sono state stuprate e 75mila sopravvissuti sono rimasti orfani». Le violenze hanno inoltre provocato un enorme flusso di profughi, circa 2 milioni di etnia hutu, verso l’est della Repubblica democratica del Congo. La vicinanza con il Ruanda continua infatti a preoccupare le autorità locali e la comunità internazionale. Sarà quindi compito della nuova generazione ruandese non permettere il ripetersi della pagina più buia del «Paese dalle mille colline».

«Molta gente continua a non credere al genocidio – ha raccontato Adia Akabibe, nata cinque anni dopo le violenze –. Noi giovani dobbiamo quindi imparare la nostra storia per migliorare il futuro».

Un missile contro l’aereo ha scatenato l’inferno

Era la sera del 6 aprile 1994 quando un razzo proveniente da una delle tante colline di Kigali colpì l’aereo in cui viaggiavano Juvénal Habyarimana e Cyprien Ntaryamira, rispettivamente i presidenti di Ruanda e Burundi, entrambi di etnia hutu.

Probabilmente non si saprà mai l’identità del responsabile di tale attacco. C’è chi incolpa i tutsi e chi gli estremisti hutu.

Una cosa però è certa: l’abbattimento del velivolo fu la scintilla che fece scoppiare l’ultimo genocidio del ventesimo secolo.

Circa 800mila morti tra tutsi e hutu moderati, sebbene alcune stime parlino di un milione. Molti dei

quali ammazzati a colpi di machete, spranghe e coltelli.

Lo sterminio durò cento giorni. All’inizio degli scontri furono uccisi anche dieci caschi blu belgi per opera degli estremisti hutu. Il caso provocò il parziale ritiro dell’Onu e l’evacuazione degli stranieri dal Paese.

Nel corso del genocidio, il generale canadese Roméo Dallaire, a capo delle forze di pace delle Nazioni Unite, ha più volte protestato contro la mancanza di supporto da parte del Palazzo di Vetro a New York. Le violenze cessarono a metà luglio quando i soldati dell’attuale presidente, Paul Kagame, entrarono trionfalmente nella spettrale capitale Kigali.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE / 6 aprile 2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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