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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

economia, cronaca, politica

Costa d'Avorio / Stato di confusione

Lomé, TOGO - DOBBIAMO PASSARE IL TESTIMONE ALLA PROSSIMA GENERAZIONE». ALASSANE DRAMANE OUATTARA – COMUNEMENTE CHIAMATO ADO, presidente della Costa d’Avorio – ha commentato così i dubbi su una sua possibile ricandidatura alle elezioni presidenziali previste per il 2020. Parole che confermerebbero questo suo secondo mandato come l’ultimo. Ma in Costa d’Avorio tutto può succedere. Anzi, tutto sta già succedendo. Ad ancora due anni dall’inizio del processo elettorale, sono stati vari gli ultimi colpi di scena nella complessa arena politica ivoriana. Tra i più evidenti c’è l’amnistia, e conseguente liberazione all’inizio di agosto, di Simone Ehivet Gbagbo, moglie dell’ex presidente Laurent Gbagbo, e di altri 800 detenuti. Gran parte di essi accusati di aver fomentato violenze durante la seconda guerra civile del 2010-11.
La liberazione dell’ex First Lady «Ringrazio Dio e Alassane Ouattara per avermi liberato». Così si è espressa la ex First Lady, uscita dopo aver trascorso 3 anni di reclusione, sebbene alla fine del processo, nel 2015, la sua sentenza per crimini contro l’umanità fosse di 20 anni. Da allora, secondo la stampa locale, «Gbagbo continua a ricevere in casa sua, nel quartiere Cocody di Abidjan, le visite di collaboratori, artisti, personalità pubbliche, e anche avversari politici». La sua liberazione ha un forte valore simbolico rispetto alla difficile riconciliazione tra il sud (a maggioranza cristiana, di cui fa parte la famiglia Gbagbo) e il nord (prevalentemente musulmano e legato a Ouattara) del paese. Le ipotesi sulle ragioni di tale amnistia variano: c’è chi crede che Laurent Gbagbo, detenuto presso la Corte penale internazionale all’Aia dal 2012 perché accusato di crimini di guerra, verrà presto liberato per insufficienza di prove. Altri riconoscono il gesto di un presidente “uscente” che, in verità, vuole dialogare con l’opposizione per ricandidarsi. «Ouattara, 76 anni, parla di una nuova generazione prossimamente al potere», affermano gli esperti. «Ma l’unico candidato possibile del suo partito, il primo ministro Amadou Gon Coulibaly, ha 60 anni». Non ci sono molte speranze, invece, per Hamed Bakayoko, 53 anni, attuale ministro della difesa e considerato una personalità troppo controversa per la candidatura presidenziale. Un altro colpo di scena riguarda, invece, il rilancio del Raggruppamento degli houphouetisti per la democrazia e la pace (Rhdp), una sorta di alleanza partitica fondata nel 2005 e ispirata all’ideologia del primo presidente ivoriano, Félix Houphouët-Boigny. Tale “partito-unificato”, il cui futuro rimane incerto, avrebbe il compito di nominare un candidato unico alle elezioni presidenziali. I due principali partiti coinvolti sono il Raggruppamento dei repubblicani (Rdr) di ADO e il Partito democratico ivoriano (Pdci) dell’ottuagenario Henry Konan Bédié. I due leader, però, sono nuovamente in forte contrasto.
Il frazionismo Bédié – principale promotore, negli anni Novanta, del concetto xenofobico di ivoirité, che ha contribuito alle violenze tra le differenti etnie nel paese – ha lasciato lo scorso luglio l'Rhdp. Si sono così complicate ulteriormente le già difficili relazioni tra Rdr, Pdci e il Fronte popolare ivoriano (Fpi) fondato negli anni ottanta dai Gbagbo. Tutti e tre i partiti si stanno infatti scindendo. Il Fpi, di cui sta riprendendo le redini Simone Gbagbo, è spaccato in due dopo che un' ala del gruppo ha seguito Pascal Affi N’guessan nel 2013.  Nel Pdci, invece, sono molti i ministri e i funzionari politici che hanno avuto udienze private con Ouattara, all’insaputa di Bedié. Tra di loro c’è Kobenan Kouassi Adjoumani, ministro delle risorse animali, il quale ha dimostrato di voler rimanere nell' Rhdp e ha formato un nuovo movimento interno al Pdci chiamato Sulle tracce di Houphouët-Boigny. Per l'Rdr di Ouattara la situazione è diventata, quindi, talmente instabile che, paradossalmente, il leader ivoriano sembra cercare il sostegno del suo arcinemico Laurent Gbagbo per rimanere al potere. Lo stesso si può dire anche dell’imprevedibile Guillaume Soro, 46 anni, ex premier sotto Gbagbo, ex leader dei ribelli delle Forze nuove (i miliziani che hanno portato Ouattara al potere), e attuale presidente dell’Assemblea nazionale. Lui e ADO si sopportano a malapena. «Per ora non voglio parlare di una mia eventuale candidatura», continua a ripetere Soro alla stampa locale e straniera, desiderosa di sapere cosa succederà nel 2020 in una delle più grandi economie del continente. Il primo test per la riconciliazione nazionale arriverà con le elezioni municipali e regionali del 13 ottobre. Per ora il primo produttore di cacao al mondo rimane un paese molto diviso. Oltre ad aver subito alcuni casi di ammutinamento nel 2017 da parte dei militari in varie zone del territorio, sono ancora incerte le sorti di decine di migliaia di rifugiati ivoriani che da anni vivono negli stati limitrofi.

L’economia tira Sebbene nella politica ivoriana regni la confusione, il settore economico è invece promettente, con un 7,6% di crescita nel 2017. Secondo l’ultimo rapporto della Banca mondiale (Bm), intitolato Alle porte del paradiso, l’economia ivoriana è tra le più veloci e vivaci al mondo. Tra i problemi principali ci sono la mancanza di innovazione tecnologica e l’aumento del deficit del budget salito dal 4% nel 2016 al 4,5 % nel 2017. «Sappiamo che tale aumento è dovuto alla volontà di soddisfare i desideri di parte dell’esercito e calmare gli animi dei sindacati della funzione pubblica», riferisce lo studio della Bm. «La situazione, però, è tornata sotto controllo in breve periodo». Le società del cacao, nonostante un abbassamento dei prezzi sul mercato internazionale e alcune vicissitudini giudiziarie a livello nazionale, continuano a produrre a ritmo elevato. Lo stesso vale per il caffè, come per altri prodotti agricoli importanti come l’anacardo, l’olio di palma e il cotone. Inoltre, si prospettano un maggiore impegno nell’avviare fabbriche per la trasformazione in loco e una migliore collaborazione con i paesi limitrofi. «Vogliamo lanciare una nuova politica per avvantaggiare i produttori di cacao e determinare un prezzo simile per entrambi gli stati», avevano dichiarato, lo scorso marzo, Ouattara e la sua controparte ghaneana, Nana AkufoAddo. Nel 2016, invece, il governo ha annunciato di voler raddoppiare la produzione di petrolio, per raggiungere i 200 barili al giorno. La compagnia nazionale, Petroci, sta cercando, infatti, di attirare diverse società straniere, con l’obiettivo di continuare a esplorare i propri fondali marini. «La Costa d’Avorio potrebbe diventare un produttore di greggio offshore di media portata entro il 2020» ha affermato Thierry Tanoh (Pdci), ministro ivoriano del petrolio, energia e sviluppo delle energie rinnovabili. «Il codice petrolifero offre diversi incentivi agli investitori che vogliono firmare contratti per le esplorazioni». Il governo ivoriano sta inoltre programmando un miglioramento tecnologico per uno dei più grandi porti della regione, quello sudoccidentale di San Pedro, noto per essere stato in grado di operare anche durante i periodi più difficili. È qui che le autorità ivoriane hanno firmato lo scorso maggio un accordo con la Mediterranean shipping company (Msc) per costruire un nuovo terminal e accogliere un numero maggiore di container. «Vogliamo contribuire a una maggiore integrazione a livello regionale e far crescere la nostra collaborazione con il porto di Miami negli Stati Uniti», ha dichiarato Adama Koné, ministro dell’economia e delle finanze. Sono molte le iniziative commerciali avviate negli ultimi anni, soprattutto a favore delle piccole e medie imprese. Una cosa, però, è certa: senza una politica stabile, l’economia potrà nuovamente sprofondare come successe nella crisi di 8 anni fa.
 
BOX PRESIDENTE:
 
OUATTARA E L’AIUTO FRANCESE Alassane Dramane Ouattara, economista di professione, non ha mai perso le speranze di diventare presidente. Henry Konan Bedié, durante la sua presidenza negli anni Novanta, aveva promosso leggi per allontanarlo dalla più alta poltrona dello stato. Il suo governo aveva stabilito, infatti, che entrambi i genitori del candidato dovevano essere ivoriani ed era necessaria una permanenza di almeno 5 anni nel paese prima delle elezioni. In quel periodo Ouattara non era residente in Costa d’Avorio perché era ancora associato al Fondo monetario internazionale e si vociferava che suo padre fosse originario del Burkina Faso. Dopo il colpo di stato contro Bedié, salì al potere Laurent Gbagbo, storico oppositore della politica neocoloniale francese promossa dall’ex presidente Félix Houphouët-Boigny e Ouattara. Con l’inizio delle violenze, nel 2002, i ribelli provenienti dal nord iniziarono a scontrarsi con l’esercito. Dopo anni di tensione e posticipi elettorali, Ouattara ebbe il sostegno politico e militare dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, per presentarsi alle elezioni di novembre 2010. Le irregolarità registrate durante il processo elettorale hanno fatto scoppiare la seconda guerra civile, durata fino ad aprile 2011, quando Gbagbo e alcuni dei suoi compagni di partito vennero arrestati. Ouattara, la cui vittoria venne sancita dalla missione Onu nel paese, diventò presidente di uno stato profondamente diviso. Tali spaccature continuano a minacciare ancora oggi la stabilità della Costa d’Avorio.
 
 
BOX ECONOMIA:
 
LE DENUNCE DELLE ORGANIZZAZIONI INDUSTRIA ILLEGALE  DEL CACAO La Costa d’Avorio è il primo paese produttore di cacao al mondo. Risultato di un’industria senza scrupoli che spesso ignora il lavoro forzato minorile e lancia delle operazioni di evacuazione indiscriminate e senza preavviso dai terreni adibiti alle coltivazioni per il cioccolato. Oltre 200 foreste sono state sostituite da piantagioni di cacao. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo l’illegalità di tali pratiche e propongono la riforestazione dell’area. Anche le autorità locali, per combattere il fenomeno del cambiamento climatico, avevano rinnovato l'intenzione di ripristinare le foreste. Questo obiettivo è parte, infatti, degli impegni presi durante la COP 21 a Parigi, che concordavano la restituzione di almeno il 20% del territorio forestale. Tra le zone maggiormente colpite ci sono Cavally, Goin-Débé e Scio, nella parte occidentale del paese, dove ci sono numerose piantagioni gestite da piccoli agricoltori. Il governo ivoriano e, in particolare, la Società per lo sviluppo delle foreste (Sodefor), sono già stati accusati più volte, però, dall’organizzazione Human rights watch di violare sistematicamente i diritti umani nel gestire la riforestazione. Inoltre, il nipote della First Lady, Loïc Folloroux, è da anni associato alla Armajaro prima e alla Africa Sourcing poi, due società che investono nel cacao ivoriano. Dei 16 milioni di ettari di foresta presenti negli anni sessanta, ora ne restano solo 2 milioni.

 
Matteo Fraschini Koffi per NIGRIZIA - 8 ottobre 2018

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