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Il Congo, terra promessa della corsa mondiale al cobalto

«Noi siamo sicuri di una cosa: se vuoi diventare una pedina importante nel mercato del cobalto, allora devi lavorare nella Repubblica democratica del Congo»

. Ilja David Graulich, del settore investimenti presso la società Madini Minerals, non ha dubbi. Il territorio congolese è l’ultima frontiera per la ricerca della preziosa risorsa naturale, necessaria soprattutto al settore tecnologico. Dalle auto elettriche ai computer, dalle batterie per gli smartphone alle macchine fotografiche, il cobalto è sempre più richiesto a livello internazionale.

 

Allo stesso tempo, però, sono sempre più gravi i danni provocati al sottosuolo congolese dai vari investitori locali e stranieri che scavano senza sosta. «I rischi sono tutti politici e molto soggettivi», continuava Graulich, spiegando l’anno scorso le ragioni per cui alcune ditte minerarie fuggono perché scoraggiate dalla crisi interna. Nonostante a gennaio siano stati annunciati alcuni cambiamenti relativi all’aumento delle tasse per le società estere, il Congo ha da tempo una delle più stabili legislazioni per gli investimenti rispetto a molti altri Stati africani. Tanzania, Zambia e Sudafrica, sono stati segnalati recentemente come i Paesi più problematici per gli investitori delle società estrattive. Le loro normative spesso vengono modificate senza preavviso e le autorità impongono multe sempre più in- genti a chi non rispetta le regole. In Congo, invece, regna un sistema minerario più 'anarchico'. Per questo materie assai rare come il cobalto determinano in maniera diretta i vari livelli di produzione di gran parte della tecnologia usata nel mondo.

«Dall’inizio del 2017, le quotazioni del cobalto hanno fatto un balzo del 70% – affermano gli esperti –. Mentre nel 2016 il suo valore è aumentato di un terzo». Fino al 30 giugno scorso una tonnellata di cobalto veniva venduta a 5.980 dollari alla London Stock Exchange. È certo che la richiesta per 'l’oro blu' aumenterà anno dopo anno. Alcune fonti parlano addirittura del 500%. «Nel 2016 sono state prodotte circa 100mila tonnellate di tale elemento, con una carenza di almeno 1,500 tonnellate rispetto alla domanda – sostengono gli analisti – . Per la fine di quest’anno ne dovrebbero invece mancare circa 4,500 tonnellate a livello internazionale ». La produzione non riesce infatti a tenere il passo con la richiesta. In uno smartphone ci sono tra i 5 e 10 grammi di cobalto, per un computer ce ne vogliono 30, mentre per un’auto elettrica ne servono tra i 5 e 9 chili. In Congo si produce almeno il 60 per cento dell’oro blu a livello mondiale. La società anglo-svizzera Glencore continua da mesi a sfruttare le miniere della Mutanda mining Sarl e della Katanga mining Ltd, entrambe operanti nella provincia sudorientale del Katanga. Gli accordi sono stati firmati a febbraio 2017 per un valore di circa un miliardo di dollari. Un altro attore molto importante nel mercato del cobalto è la società cinese, Congo dongfang international mining. Quest’ultima rivende la preziosa risorsa principalmente ad altre tre società: Ningbo Shanshan, Tianjin Bamo e L& F Materials. Infine, il cobalto viene comprato da multinazionali come Apple, Samsung, Dell, HP, Lenovo , LG, Sony , Microsoft e Vodafone. Durante il suo tragitto commerciale, l’oro blu viene spesso raffinato in Sudafrica e Tanzania prima di essere esportato nuorecita vamente e assemblato in Asia, soprattutto in Cina e nella Corea del Sud.

Certo, come affermano vari rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, la ricerca del cobalto ha il suo lato oscuro. Nelle miniere congolesi è infatti facile imbattersi nella produzione artigianale che spesso coinvolge i minori e stravolge gli equilibri dell’ecosistema locale. Inoltre, il lavoro è privo di condizioni legate alla sicurezza dei minatori. «Le multinazionali in grado di fornirci i loro prodotti innovativi grazie al cobalto non hanno l’obbligo di tracciabilità – un rapporto del 2015 redatto dall’organizzazione Amnesty International e intitolato 'Ecco perché si muore' –. Migliaia di bambini scavano nei tunnel rischiando la loro vita quotidianamente». Sebbene le autorità abbiano istituito Zone per lo sfruttamento artigianale (Zea), gran parte dei minatori operano in aree giudicate 'illegali' per la ricerca del cobalto. Purtroppo gli alti livelli di disoccupazione e la mancanza di istruzione spingono intere famiglie a cercare fortuna nel commercio dell’oro blu.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 28 marzo 2018 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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MFK Matteo Fraschini Koffi

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