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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

avvenire, migranti, cronaca, attualità, sociale

Camerun

Camerun, fuga dall’incubo Boko Haram

ZAMAI (CAMERUN) - «Hanno attaccato anche questa mattina. Boko Haram ha colpito tre villaggi nella località di Ashigashiya provocando morti, feriti, e la fuga di molte persone arrivate fin qui a darci la notizia . I jihadisti continuano a seminare terrore, ma nessuno ne parla». Mohamed, camerunese sui 40 anni, è arrivato l’anno scorso nel campo per sfollati di Zamai, una località nella regione dell’Estremo Nord in Camerun.

Oltre a lui, circa altri mille civili, in gran parte donne e bambini, si trovano nelle stesse condizioni. Sono però almeno «241mila gli sfollati interni» nel nord del Paese, senza contare quelli che si sono spostati più a sud. Tutti hanno lasciato le loro case appena la setta nigeriana ha preso di mira centinaia di villaggi situati soprattutto alla frontiera tra Camerun e Nigeria. «Guarda queste bambine», racconta Mohamed, indicando tre piccole sorelle che siedono una accanto all’altra abbracciate: «Sono venute qui alcuni giorni fa dopo aver perso entrambi i genitori. Come è successo a molti di noi – continua Mohamed –, Boko Haram li ha uccisi mentre tentavano di scappare». Secondo le Nazioni Unite, sono stati «almeno 60 gli attentati suicidi nella regione dell’Estremo Nord durante il 2017». Un aumento del 50 per cento rispetto al 2016. A qualche chilometro di distanza da Zamai, nel campo di rifugiati di Minawao, 60mila nigeriani hanno invece lasciato il loro Paese per trovare soccorso al di là della frontiera, in territorio camerunese.

Secondo le ultime stime, sono «oltre 93mila i profughi venuti in Camerun dalla Nigeria settentrionale ». Con ogni nuovo attacco, però, i numeri continuano a crescere. «Il Camerun è lo Stato che ha subito le maggiori conseguenze legate all’espansione del gruppo jihadista oltre il confine della Nigeria», ha dichiarato Ursula Mueller, assistente del segretario generale dell’Onu per gli affari umanitari, dopo aver visitato a fine febbraio entrambi i campi. «Almeno 3,3 milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza. Nell’Estremo Nord – insiste Mueller –, una persona su tre è vittima di una crisi allarmante legata soprattutto alla sicurezza alimentare». Le organizzazioni umanitarie sul campo stanno però affrontando diversi ostacoli. È una lotta quotidiana che si estende anche verso l’area di Kolofata, dove i campi profughi sono in condizioni ancora più fragili. I problemi sono innanzitutto economici: «Dei 305 milioni di dollari richiesti per rispondere alla tragica situazione causata da Boko Haram in Camerun – recita chiaramente una nota dell’Organizzazione Onu per il coordinamento umanitario (Ocha) –, abbiamo raggiunto solo il cinque per cento». Proprio per questo si prevede che nel 2018 almeno «4,4 milioni di persone avranno bisogno di aiuto». I profughi, non solo quelli registrati nei campi ma anche chi ha preferito cercare soccorso nelle località vicine, soffrono di malnutrizione e rischiano di morire per le epidemie provocate dalla mancanza di igiene. Inoltre, durante l’attuale stagione secca, l’acqua è sempre più scarsa, sia per le persone che per il bestiame. «Vicino ai pozzi la tensione è alta – racconta una giovane rifugiata che si reca ogni giorno a prendere l’acqua per la sua famiglia –: la situazione si sta aggravando anche perché ci sono sempre dei nuovi arrivati».

Prima di ripartire per il vicino Ciad, anch’esso teatro di una grave crisi umanitaria provocata dall’ondata jihadista, Mueller ha promesso lo stanziamento di altri 10 milioni di dollari al Camerun. Una somma che però appare «simbolica» rispetto alla realtà in cui si trova la regione settentrionale del Paese.

Nella città di Maroua, capoluogo dell’Estremo Nord, la gente vive una vita apparentemente regolare ma filtrata dalla paura. In questa città calda e polverosa, infatti, ci furono due attentati suicidi nel luglio del 2015 a distanza di qualche giorno, causati da tre ragazzine- kamikaze. Il bilancio fu di oltre 30 morti e decine di feriti. «In quei giorni la città si era svuotata di cittadini e riempita di militari – afferma un giovane tassista locale –.

Ci sono voluti diversi mesi affinché i commercianti convincessero le autorità a eseguire meno controlli per evitare la morte economica della regione». I livelli di allerta restano però molto alti. I servizi di sicurezza locali e stranieri erano infatti riusciti ad arrestare un membro di Boko Haram che viveva, apparentemente senza destare sospetti, a Maroua. Faceva parte di una cellula del gruppo nigeriano che opera in tutta l’area. «Fino a qualche anno fa Maroua era una meta turistica importante per il Camerun», ammette un operatore umanitario che preferisce mantenere l’anonimato. «Ora, invece, sappiamo che esistono cellule dormienti dappertutto. Non ci sono quasi più stranieri in città – continua –, nessuno vuole rischiare di essere ucciso in un attentato o rapito dai jihadisti. Viviamo in apparenza una routine normale, sapendo però che tutto potrebbe cambiare improvvisamente».

Ci vogliono circa quattro ore di bus da Maroua per raggiungere Yagoua, una cittadina al confine con il Ciad. In questa zona è stato arrestato alcuni anni fa un camerunese accusato di operare con i jihadisti nigeriani con l’obiettivo di rapire delle suore brasiliane che vivevano nei villaggi attorno. «Rispetto a Maroua qui a Yagoua siamo più lontani dal confine con la Nigeria – racconta nel viaggio un passeggero della Danay Express, la principale compagnia di bus camerunese –. Però anche qui c’è tensione e l’esercito ha aumentato da alcuni anni il numero dei militari che controllano chi entra e chi esce». Persino tra le autorità c’è comunque poca fiducia: nel 2014, per esempio, era stato arrestato Alhadji Ibrahim, un poliziotto originario della cittadina settentrionale di Garoua e morto in prigione l’anno dopo. Tra i suoi complici c’era il figlio di un deputato del dipartimento di Mayo Sava, sempre nell’Estremo Nord. Nonostante queste (a dir poco) precarie condizioni, le autorità camerunesi e le agenzie umanitarie stanno comunque discutendo sul modo per aiutare i profughi a tornare verso le loro case. Una sfida che, per ovvie ragioni, le vittime della violenza di Boko Haram non si sentono ancora di affrontare.

LA REGIONE: Dal 2012 la zona del Lago Ciad è sotto occupazione «Portare gli aiuti è diventato oramai impossibile»

I militanti islamici di Boko Haram hanno occupato progressivamente in questi anni l’area del Lago Ciad provocando centinaia di morti, migliaia di feriti e un flusso migratorio continuo. L’accesso umanitario nella regione è infatti sempre più complicato. «Il raggio d’azione jihadista ha iniziato ad espandersi nel 2012 – affermano gli esperti di terrorismo africano –. In quell’anno l’Unità operativa multinazionale congiunta (Mnjtf) è stata attivata con l’obiettivo specifico di combattere il terrorismo». Nel 2014, i Paesi coinvolti hanno così cominciato a rispondere militarmente alle incursioni di Boko Haram nel Lago Ciad. Oltre allaregione dell’Estremo Nord camerunese, la setta nigeriana è avanzata nel sud-est del Niger, nel sud-ovest del Ciad, e ha consolidato le sue posizioni nel nord-est della Nigeria. Centinaia di civili sono rimasti vittime di attentati suicidi, attacchi armati e sequestri di massa. In seguito a questa ondata jihadista, «dieci milioni di persone» hanno ora urgente bisogno di aiuti. «La situazione nella zona del Lago Ciad si è trasformata nella più grave crisi al mondo – ha dichiarato l’Onu, facendo appello alla comunità internazionale per un aumento dei finanziamenti –. Gli abitanti della regione stanno condividendo il poco che gli è rimasto con grandi difficoltà». Il gruppo armato di Boko Haram controlla il territorio e ostacola gli interventi delle autorità locali e delle agenzie umanitarie. «Nessuno sa cosa veramente stia succedendo in quella zona – racconta ad “Avvenire” un operatore umanitario in Camerun –. È troppo pericoloso raggiungere gran parte delle popolazioni che da anni sono alla mercé dei ribelli islamici».

 

Il Pime. «I nostri progetti di sviluppo ora sono piani di emergenza»

YAGOUA (CAMERUN) - «Acausa di Boko Haram, in questi anni abbiamo subito un considerevole cambiamento nella direzione delle nostre attività: siamo passati da progetti unicamente di sviluppo, a iniziative legate anche all’emergenza umanitaria, soprattutto a partire dal 2014». Fratel Fabio Mussi, missionario del Pime, è in Camerun dal 2009. La sua opera umanitaria, portata avanti con altri missionari, in collaborazione con la Caritas e alcune organizzazioni locali e straniere, si estende in tutta la diocesi di Yagoua, un’area grande quanto la Lombardia e in cui vivono circa 1 milione e 800mila abitanti. «Una cifra che, però – afferma il religioso –, continua a cambiare a seconda dei flussi di sfollati interni e rifugiati che fuggono per sopravvivere all’ondata jihadista ».

Quale impatto hanno avuto le violenze di Boko Haram sul vostro lavoro?

L’impatto è stato molto grave su diversi livelli: sociale, economico e, parlando in modo più generale, ha influenzato anche le varie etnie e religioni. Abbiamo registrato una serie di spostamenti di massa legati ai rifugiati che provengono dalla Nigeria e agli sfollati camerunesi che abitavano in vari villaggi vicino alla frontiera nigeriana. Intere famiglie sono quindi state costrette a trasferirsi a decine di chilometri di distanza per evitare le violenze jihadiste e, a volte, spinti dalle direttive delle autorità locali. Centinaia di migliaia di persone stanno vivendo una realtà temporanea, anche se per alcuni lo spostamento è invece ormai definitivo. Per il momento, comunque, la situazione sembra aver raggiunto uno stadio di stallo nella diocesi di Yagoua rispetto alla sicurezza.

Il fenomeno dei rapimenti nella regione come ha cambiato la vostra vita quotidiana?

I sequestri di stranieri, come quelli degli abitanti locali, sono un mezzo per poter ottenere finanziamenti da parte di Boko Haram. Per quanto riguarda noi stranieri, i jihadisti hanno messo in atto tale strategia soprattutto nel 2015 e 2016. Hanno guadagnato dai riscatti dopo aver rapito sia i missionari che alcuni lavoratori comuni. Nella maggior parte dei casi, gli ostaggi venivano comunque rilasciati in seguito a una somma di denaro che serviva a sostenere le operazioni del gruppo armato. Ai religiosi, per esempio, è stato chiesto di lasciare i villaggi dove vivevano per rimanere più al sicuro in città. Inoltre abbiamo visto un aumento dei militari nella regione. Le autorità preferiscono infatti fornirci dei soldati che fanno la guardia dove abitiamo o ci danno la scorta specialmente quando usciamo da Yagoua.

Ma sono necessari i militari, secondo lei? Non sempre, ma in alcuni casi sì. Il governo ha comunque limitato di molto la presenza fissa di stranieri in certe località dove, a volte, non ci si può recare neanche per brevi periodi.

Boko Haram è la causa di tutto questo? Boko Haram non è l’unico problema. La regione settentrionale del Camerun è infatti una zona molto isolata e lasciata un po’ a se stessa. Gli spostamenti delle persone sono legati soprattutto alla mancanza di lavoro che colpisce in modo particolare i giovani, i quali si sentono abbandonati e sono spinti a migrare all’interno del Paese, verso le aree meridionali più ricche e maggiormente produttive. La gente emigra però anche verso l’esterno, raggiungendo altri Stati africani, oppure, in minima parte, tentano di andare in Europa.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 4 marzo 2018 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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MFK Matteo Fraschini Koffi

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