KENYA, La Conquista dell'Equilibrio

per VENTIQUATTRO

 

Il Sarakasi Dome, un ex cinema di Nairobi, raccoglie giovani provenienti dalle baraccopoli più misere della capitale. E insegna loro yoga, ginnastica acrobatica, danza e recitazione. Un affaccio su una vita diversa, più sana e fiduciosa, quanto possible lontana da alcol, disoccupazione e violenza

NAIROBI, Kenya – Un bagno di acqua fresca. Inaspettato e rigenerante. Che lava via l’immagine di tristezza e povertà tipicamente associata all’Africa. Basta affacciarsi al Dome, un edificio di color fucsia situato vicino al centro della capitale keniota Nairobi. Un vecchio cinema di tre piani con una quindicina di stanze e un palco, che il Sarakasi Trust ha trasformato per ospitare le attività di ballerini, acrobati, cantanti, attori, e – chi l’avrebbe mai detto? – maestri di yoga.

“Il Sarakasi trust è un fondo senza scopo di lucro, nato con l’obiettivo di lavorare per lo sviluppo dell’arte in Kenya. Siamo convinti che la cultura possa giocare un ruolo positivo nello sconfiggere la povertà.” afferma Marion van Dijck, fondatrice e direttrice dell’organizzazione. L’idea, sviluppata nel 2001, è legata al grande successo di alcuni programmi di formazione di tipo artistico destinati ogni anno a migliaia di bambini e giovani. “Centinaia di ragazzi delle baraccopoli sono diventati acrobati e istruttori professionisti – continua Marion –: Il Sarakasi trust, infatti, sostiene i suoi membri aiutandoli a sfruttare il proprio talento per creare opportunità non solo remunerative, ma anche interessanti rispetto alla realtà che li circonda.” In uno dei piccoli uffici, scansando fogli svolazzanti e materiali usati per gli esercizi, incontriamo Moses Mbaja, keniota trentenne appena tornato da un festival di yoga a Milano, che racconta la sua storia: “Fin da giovane sono stato acrobata, calciatore e pugile, un impegno che mi ha aiutato a rimanere lontano dalla vita di strada fatta di droga e crimine,” spiega Moses, “Durante i brutali disordini che nel 2008 hanno fatto seguito alle elezioni, ho conosciuto Paige, un’insegnante di yoga con la quale sono andato nelle baraccopoli e nei campi di sfollati a proporre alla gente un’alternativa alla violenza.” Sono molti i giovani “salvati” da queste attività. “Lo yoga, l’acrobatica, il ballo e la recitazione permettevano alle persone che visitavamo di crearsi una nuova vita,” continua Moses. Da quando il Sarakasi Dome si è spostato dalla zona industriale a quella più centrale di Nairobi, sono sempre più numerosi i giovani che partecipano alle varie attività svolte all’interno dell’edificio. Lo yoga, per esempio, si pratica in una stanza occupata ogni sabato per due ore da circa ottanta persone: “Quando sei anni fa sono arrivata in Kenya per un safari, ero molto scettica sulla possibilità  di esportare lo yoga in questo continente – racconta Paige Elenson, ragazza newyorchese fondatrice dell’Africa yoga project (Ayp) – Poi ho capito che anche qui i giovani volevano impararlo, esattamente come nel resto del mondo.” L’Ayp, che continua a espandersi a macchia d’olio nelle baraccopoli, annovera tra le sue fila oltre trenta istruttori kenioti, due dei quali provenienti persino dalla tribù dei masai, popolazione di guerrieri e famosa per il viscerale attaccamento alle tradizioni. “All’inizio temevano che volessimo insegnare loro una nuova religione o una pratica magica – dice sorridendo Margaret, un’altra giovane insegnante keniota dell’Ayp che lavora anche nelle prigioni, “Dopo qualche lezione hanno invece capito che lo yoga li fa sentire semplicemente meglio. Io stessa, che vengo dalla baraccopoli di Kariobangi, praticando questa disciplina da tre anni, mi sento molto più consapevole del mio corpo e, per questo, più felice.”

Richard ha 23 anni, da quasi quattro fa yoga. La sua fronte è imperlata di sudore per gli esercizi che Margaret gli ha appena insegnato. Pensa alla prossima lezione che terrà a breve nella sua zona, Kibera, la più grande bidonville africana. “In questo preciso momento mi sento felice perché sono sano, guadagno qualche soldo e, soprattutto, sto cambiando molte vite – afferma asciugandosi la fronte con una maglietta di Bob Marley –. Amo lavorare nelle comunità, specialmente quando posso insegnare ai bambini. È più difficile coinvolgere gli adulti, ma con i piccoli è semplice, mi fa piacere che crescano imparando qualcosa che li aiuti ad affrontare le sfide di ogni giorno.”

Alle lezioni partecipano anche gli acrobati di Sarakasi, un gruppo composto da una decina di giovani kenioti dai capelli rasta, cui nulla, ma davvero nulla, sembra impossibile. Al momento non si trovano le chiavi della stanza dove si allenano di solito: “Andiamo sul tetto!”, urla uno di loro. Tutti lo seguono, ed ecco che dopo essersi sfilati scarpe e magliette, inizia lo spettacolo. “Veniamo tutti da quartieri poveri e pericolosi della città,” afferma Walter, con i muscoli ancora in tensione per aver appena fatto una verticale appogiandosi sulle teste di due dei suoi compagni, i quali, a loro volta, si puntellavano sulle ginocchia di altri tre. “Essere acrobati, oltre a tenerci in forma, ci ha salvato da una vita che, molto probabilmente, ci avrebbe portato al crimine.” Anche Kevin è dello stesso parere: “Tanti giovani kenioti, discoccupati e frustrati, si rifugiano nell’alcol, nella droga, e nella violenza. Quando però proponiamo loro le nostre acrobazie per la strada e poi li portiamo qui al Sarakasi Dome, pian piano riacquistano il sorriso. Faticano molto – conclude Kevin – ma lo fanno con piacere, ed è bello vedere sui loro visi la soddisfazione che provano per ogni acrobazia riuscita.” Dopo gli esercizi si mangia. Una mensa senza tavoli, improvvisata dietro all’edificio. Ai corsisti viene servito un pasto veggie, frugale e gratuito, a base di verdure e chapati, una frittella di farina. Il sole è allo zenit. Terminato il pranzo, i giovani yogi riprendono gli scassati pulmini pubblici per tornare nelle loro baraccopoli.

Matteo Fraschini Koffi

 

 

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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance