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Il Kenya precipita di nuovo Decine di morti negli scontri

«La guardavo giocare con i suoi amichetti sul balcone di casa quando è improvvisamente caduta a terra. Lei era la mia unica speranza» . Wycliff Mokaya ha perso ieri sua figlia di appena nove anni. Un proiettile vagante ha raggiunto la bambina mentre era in corso un’operazione della polizia tra le strade di Mathare, baraccopoli della capitale keniana, Nairobi. Proprio là vive gran parte degli elettori di Raila Odinga, il leader dell’opposizione che, venerdì scorso, ha perso, ancora una volta, le elezioni presidenziali. A spuntarla, invece, è stato il presidente uscente, Uhuru Kenyatta, con il 54 per cento dei voti. Secondo gli esperti, sarebbero almeno «venticinque i morti dall’inizio delle consultazioni». La coalizione di partiti all’opposizione, Nasa, ha, invece, accusato le autorità di aver ucciso «oltre cento persone, tra cui molti bambini». Tali affermazioni non sono state, però, supportate finora da prove concrete. «Ci hanno informato da tempo che l’esercito keniano aveva spedito i militari nelle roccaforti dell’opposizione per far fronte ai nostri sostenitori – ha detto ai media un gruppo di parlamentari e senatori della Nasa –. Le autorità volevano rubare le elezioni e sapevano benissimo che la nostra gente avrebbe reagito. Vogliono schiacciarci. È violenza di Stato». La maggior parte delle fonti raggiunte da Avvenire sono scettiche, però, nei confronti dei dei numeri dell’opposizione. «Sono cifre esagerate che hanno l’obbiettivo di fomentare ulteriori disordini – ha affermato da Nai- robi un osservatore elettorale internazionale –. L’opposizione sfoga così la propria frustrazione per aver perso, anche quest’anno, l’opportunità di governare ». Le forze di sicurezza sono state, comunque, accusate da più parti di «reazione sproporzionata» rispetto alla proteste. «Abbiamo a che fare con manifestanti che si dicono pacifici quando invece sono dei criminali», ha dichiarato, ieri, Fred Matiangi, segretario di gabinetto incaricato della sicurezza interna. «Il governo non si fermerà davanti a niente per proteggere le vite e le proprietà dei suoi cittadini. Chiunque abbia intenti criminali – ha aggiunto – sarà fermato con la massima forza della legge». Diversi testimoni hanno confermato che i poliziotti continuano a usare veri proiettili anche nelle situazioni in cui non ce ne sarebbe necessità. Finora, a Mathare sono state uccise nove persone. Nella baraccopoli, la tensione resta alta, come hanno dichiarato varie organizzazioni umanitarie. «La situazione è delicata. Non sappiamo quanto ci vorrà perché le acque si calmino», hanno affermato. Medici senza frontiere ha detto di aver curato, solo nella giornata di ieri, 54 persone con ferite di arma da fuoco nei propri ospedali. La comunità internazionale teme che il Kenya riprecipiti nell’incubo di dieci anni fa. Allora, nel 2007, oltre 1.300 persone furono uccise negli scontri interetnici esplosi dopo la diffusione dei risultati delle presidenziali. A vincere, quella volta, fu Mwai Kibaki. Odinga figurava, anche all’epoca, fra gli sconfitti. Per ora, i disordini hanno coinvolto alcuni slum – tra cui il più grande del Paese, Kibera – e varie località nella regione nord-occidentale, in particolare le province di Siaya, Homa Bay, Migori e Kisumu. «Subito dopo l’annuncio che riconfermava Kenyatta presidente – si leggeva nei media locali –, la gente ha cominciato a bruciare copertoni e bloccare le strade». Gladys Wanga, deputata dell’opposizione per la contea di Homa Bay, ha chiesto ai concittadini di «mantenere la calma e rimanere all’erta per avere giustizia ». L’opposizione ha contestato da subito i risultati dicendo che i voti sarebbero stati manipolati e i computer della Commissione elettorale attaccati dagli hacker». «I nostri errori sono stati minimi e umani – ha detto, durante il discorso di venerdì, poco prima di annunciare i risultati, Wafula Chebukati, capo della Commissione elettorale (Iebc) –. Abbiamo lavorato bene e saremo d’esempio per altri Paesi che aspirano ai valori della democrazia».

IL PRECEDENTE/L’incubo del 2007: furono 1.300 le vittime

Furono almeno 1.300 i civili uccisi e 650mila gli sfollati in seguito agli scontri fra le diverse etnie che insanguinarono il Kenya tra dicembre 2007 e febbraio 2008. Al contrario di quest’anno, la missione dell’Unione Europea, fin da subito, denunciò «gravi brogli elettorali e irregolarità che rendevano necessaria un’immediata indagine». Le violenze scoppiarono alla fine di dicembre, dopo la vittoria dell’ex presidente, Mwai Kibaki, di etnia kikuyu. A rappresentare l’opposizione erano vari leader. Tra cui Wiliam Ruto, attuale vice-presidente di etnia kalenjin, e Raila Odinga, un luo. Il primo gennaio, cinquanta kikuyu furono bruciati vivi in una chiesa di Eldoret, dando inizio a una serie di feroci rappresaglie. Gli scontri coinvolsero soprattutto la regione della Rift Valley, la provincia di Mombasa, e le baraccopoli di Nairobi. Dopo vari interventi, la comunità internazionale, con a capo l’ex segretario dell’Onu, Kofi Annan, riuscì a trovare un accordo. Kibaki sarebbe stato presidente, mentre il rivale Odinga fu nominato premier.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 13 agosto 2017

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