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Sud Sudan / «Hanno distrutto tutto: una punizione di massa»

NAIROBI, Kenya - Uccisioni, stupri, saccheggi, sfollati, attacchi contro le chiese e distruzioni di proprietà continuano in tutto il Paese . Mentre le autorità cercano di calmare la situazione per preparare il ritorno delle persone alle loro case, non rimane niente per queste persone visto che le varie fazioni armate hanno voluto usare il totale incenerimento del territorio come strategia di guerra. È una forma di punizione collettiva». Sono queste le parole scritte nero su bianco da un gruppo di nove vescovi – come riportato sabato da Avvenire – che ogni giorno, insieme a milioni di civili, rischiano la loro vita in Sud Sudan. Il nuovissimo Stato che, in seguito all’indipendenza ottenuta nel 2011, si proponeva di portare il suo popolo verso «la pace e la prosperità». Invece, la realtà non è mai stata tanto drammatica. «Le atrocità dei miliziani contro i civili rappresentano dei crimini di guerra che violano la Convenzione di Ginevra – precisa il documento dei vescovi –. Le persone sono vittime di abusi da parte delle forze di sicurezza anche quando trovano rifugio nelle nostre chiese e nei campi dell’Onu». Infatti da quando nel dicembre 2013 è iniziata una nuova guerra civile, l’esercito del presidente di etnia dinka, Salva Kiir, si sta scontrando con i ribelli alleati all’ex vice-presidente di etnia nuer, Riek Machar. A questo va aggiunto il recente annuncio della carestia in alcune parti dello Stato di Unity: «La popolazione è composta per la maggior parte di coltivatori e la guerra in corso ha distrutto il settore agricolo» ha dichiarato recentemente alla stampa Serge Tissot, rappresentante in Sud Sudan dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura (Fao). Così molte famiglie hanno ormai esaurito ogni mezzo che hanno per sopravvivere. Quella sudsudanese è infatti «una catastrofe causata dall’essere umano», hanno affermato le varie organizzazioni umanitarie sul campo. «Abbiamo vissuto oltre cinquant’anni di guerra civile», ha ammesso invece un alto funzionario dell’establishment del Presidente Kiir: «Purtroppo molti di noi non conoscono altro». Nonostante il fragile accordo di pace firmato nel 2015, la situazione continua ad aggravarsi. Secondo le ultime statistiche dell’Onu gli sfollati interni al Paese sono almeno 3 milioni e i rifugiati in fuga negli Stati limitrofi sono circa 1,5 milioni». Nessuno sembra invece sapere con precisione quanti siano i morti dall’inizio delle violenze: «Tra i 50mila e i 300mila», affermano gli esperti. Con l’aumentare del livello di insicurezza su gran parte del territorio, il presidente Salva Kiir ha infatti ordinato qualche giorno fa l’invio di altri soldati nei luoghi più sensibili: i pozzi petroliferi. Il petrolio greggio, tra le cause principali di questo brutale conflitto civile e della separazione sei anni fa dal Nord Sudan, ovviamente tra le risorse più ambite. È di settimana scorsa la notizia che il Sud Sudan userà «l’Etiopia per esportare il petrolio e, grazie a fondi di società svizzere e statunitensi – spiegava il sito d’informazione Sudan Tribune –, verrà costruita una raffineria nello Stato federale di Upper Nile», una delle regioni più colpite dai combattimenti. Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE - 28 febbraio 2017

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MFK Matteo Fraschini Koffi

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