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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance
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Sud Sudan

Sud Sudan, fame e malattie non «uccidono» la guerra

NAIROBI, Kenya - Guerra, siccità e le epidemie di colera. Per il popolo sudsudanese la mera sopravvivenza rappresenta un’immane sfida quotidiana. «Siamo davanti a un vero problema – spiegao David Shearer, da un mese a capo della missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (Unmiss) e in questi giorni alla disperata ricerca di 20mila sfollati di cui si sono perse le tracce nell’area settentrionale del Paese –. Vogliamo capire cosa è successo a quelle persone e provvedere a dare loro gli aiuti se necessario, per la nostra missione è una situazione davvero frustrante». Sono giorni che i militari governativi del presidente, Salva Kiir, e i ribelli dell’ex vice-presidente, Riek Machar, si combattono ferocemente sulla riva ovest del Nilo, nella località di Wau Shilluk. E nonostante a qualche chilometro di distanza si trovi la base Unmiss, nella città di Malakal, i caschi blu e le agenzie umanitarie non riescono a entrare nella zona senza finire sotto i colpi dei militari che stanno combattendo. Un divieto di accedere all’area ordinato dalle autorità della capitale, Juba. «Il conflitto ha raggiunto proporzioni catastrofiche per i civili – afferma un recente “rapporto confidenziale” redatto dal nuovo segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guter- res –. La gente sta fuggendo in numeri da record dai villaggi, e dalle città e il pericolo di atrocità di massa è reale». Sono oltre tre milioni gli sfollati. Guterres si era infatti incontrato il mese scorso con i capi di Stato regionali per provare a riconciliare le diverse fazioni. «È necessario tenere sotto controllo le milizie e spronare il Consiglio di sicurezza a riavviare il dialogo politico. Inoltre – spiega ancora il documento –, bisogna convincere i ribelli a interrompere le ostilità per dare al governo la legittimità necessaria a cercare aiuti finanziari internazionali». Iniziata nel dicembre del 2013, la guerra civile sudsudanese sta infatti avendo conseguenze devastanti: «Intere città deserte, gran parte della popolazione sfollata, civili bruciati vivi o fucilati, e bambine violentate », afferma con schiettezza un funzionario di un’organizzazione umanitaria che lavora tra i profughi con permessi governativi. A questo drammatico scenario si è aggiunta un’improvvisa recrudescenza dei casi di colera, con il rischio che si trasformi in epidemia: «Sono circa 300 i casi sospetti di colera registrati in pochi giorni a febbraio nelle contee di Yirol East e di Awerial – riferisce l’organizzazione umanitaria italiana Medici con l’Africa Cuamm che coordina l’attività di 16 centri sanitari periferici i quali fanno riferimento all’ospedale di Yirol –. Il numero è però destinato a crescere perché sono allarmanti i racconti di chi arriva nei centri sanitari dai villaggi più lontani». In pochi giorni sono state costituite «tre unità per il trattamento del colera, e a breve – aggiunge Giovanni Dall’Oglio, responsabile per gli interventi del del Cuamm nella zona –: saranno allestiti altri siti temporanei per fornire assistenza anche nelle aree più distanti». Le agenzie umanitarie continuano a lamentarsi della mancanza di accesso alle zone più a rischio e di cui non si sa nulla rispetto alle vere condizioni della popolazione. Secondo una fonte dell’Onu, infatti, «settimana prossima verrà dichiarata la carestia nel sud dello Stato federale di Unity ». Intanto il governo di Juba sembra cadere a pezzi. Ieri il ministro del lavoro, Gabriel Duop Lam, ha dato le dimissioni dichiarando di volersi alleare con l’opposizione, mentre il generale Thomas Cirillo Swaka si è recentemente licenziato a causa di «abusi dell’esercito e forti influenze su basi etniche». A causa della crisi, Kiir ha appena spedito altri soldati per provvedere alla sicurezza degli impianti che pompano petrolio, la causa principale di questo tragico conflitto.

INDIPENDENZA: La tanto agognata indipendenza del Sud Sudan è stata conquistata il 9 luglio 2011 dopo decenni di guerra con il nord Sudan. Nonostante l'Accordo di pace comprensivo (Cpa) del 2005 e il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite come 193° Stato membro, infatti, i due Sudan hanno continuato a combattersi per le ingenti risorse petrolifere concentrate nella zona a ridosso del confine tra i due Paesi.

LA GUERRA CIVILE: Il 15 dicembre del 2013, il leader sudanese di etnia dinka, Salva Kiir, ha accusato l'allora suo vice-presidente di etnia nuer, Riek Machar di volerlo spodestare. E così il conflitto armato esplode. Sebbene Machar sia brevemente tornato nel Paese l'anno scorso, i due leader non vogliono accordarsi. Ne deriva una situazione di tregua armata che spesso sfocia in combattimenti tra le milizie. E che alimenta un traffico di armi denunciato da Ong e dall’Onu che mantiene nel Paese il contingente Unmiss.

UN POPOLO IN FUGA: Dei circa 11 milioni di cittadini sudsudanesi, oltre tre milioni sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni per le condizioni di insicurezza e almeno 1, 5 milioni di civili sono rifugiati negli Stati limitrofi ed ospitati in campi in cui le condizioni igieniche sono al limite della sopravvivenza. L'Onu ha infatti difficoltà a gestire i campi profughi soprattutto in Uganda e Etiopia ed i finanziamenti scarseggiano, mentre le epidemie sono sempre in agguato e colpiscono soprattutto le fasce più deboli: bimbi e anziani.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE

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MFK Matteo Fraschini Koffi

Giornalista Freelance

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