Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

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Matteo, freelance a spasso per il continente nero - CITY NEWS MAG

Cervelli in fuga/3 - CITY NEWS MAG

Via dall’Italia verso mamma Africa - Matteo Fraschini, freelance a spasso per il Continente Nero

Sostenere che i flussi migratori siano biunivoci non è una follia. Dall’Africa all’Italia, ma anche dall’Italia all’Africa. Cercando a fondo, si può trovare l’eccezione che conferma la regola. Mentre migliaia di disperati attraversano il Continente Nero fino alle coste della Libia per cercare fortuna in Europa, c’è chi compie il passo contrario. Potrebbe suonare come un affronto al buonsenso, eppure non è così. C’è chi fugge per trovare fortuna, e chi invece se la dà a gambe levate da quella fortuna opulenta che, come il pesce di tre giorni, inizia a puzzare. Di origini togolesi, adottato e cresciuto in Italia, Matteo Fraschini Koffi ha lasciato il Belpaese per fare ritorno alle proprie origini, alla riscoperta delle radici che lo legano in maniera indissolubile con la madre di tutte le terre: l’Africa. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratti di una scelta snob; invece, ascoltando le parole di Matteo, si ha l’impressione che probabilmente “non di solo pane vive l’uomo”.

«Ho lasciato l'Italia del tutto a settembre 2005. Non sopportavo più il mio stile di vita: il costo delle cose, le troppe distrazioni, la perdita di valori sempre più comune tra i miei coetanei, e molti dei loro genitori ormai li incontravo più in discoteca che da altre parti – racconta Fraschini –. Non sopportavo il materialismo futile di cui gran parte dell'Occidente in generale si circonda e di cui ne fa una religione. Mi dava fastidio anche tutta l'importanza che si dava, e ancora si dà, a cose alle quali io non sono per niente interessato, come il calcio, la moda, la televisione. Poi, a tutto questo, si aggiungeva la mia voglia di scoprire altri Paesi e altri modi di vivere». Un Jack Kerouac d’altri tempi, che alle pianure del Midwest americano, ha scelto il ritorno alle origini, quello che gli afroamericani chiamano Back to the roots. Questa forza d’attrazione della terra madre si è concretizzata in un’autobiografia intitolata I 19 giorni di Lomé, la confessione di un viaggio alla ricerca della propria identità, edita da “Il Circo calante”.

Quest’avventura che ha riportato Fraschini in Africa trova fondamento nella passione che questo freelance italo-africano ha riposto nel giornalismo e nel viaggiare. «Vengo da un mondo dove, invece di semplificarsi la vita, ce la si complica. Ho cominciato a viaggiare grazie ai soldi che guadagnavo con i mille lavori che facevo, e cercavo di soddisfare la mia passione per il giornalismo, girando per Paesi come l'Iraq, il Kosovo o il Tajikistan – racconta Fraschini –. In questi Paesi, paradossalmente, trovavo la vita più semplice. Finalmente, poi, sono riuscito ad arrivare in Africa e dopo un po’, mi sono dato al giornalismo da freelance. Collaboro, infatti, con varie testate giornalistiche: Avvenire, Radio Rai, Nigrizia, Corriere Magazine. In più, ho appena pubblicato la mia autobiografia dal titolo I 19 giorni di Lomé. Sono più di due anni che lavoro così, e più di tre anni che vivo in Africa. La mia vita è molto più semplice, ho meno distrazioni, posso pensare più a me stesso e alla vita in generale. Non ho telefono né televisione, e mi sento molto più libero. Il tutto è molto più stimolante per me. Non sarei mai andato a vivere a Londra o negli Stati Uniti».

Con i suoi viaggi e la sua esperienza, Fraschini ha però disegnato un ritratto poco glorioso dell’italianità nel mondo. Dalla fuga dei cervelli, alle realtà umanitarie in Africa e ancora il giornalismo nostrano, ai suoi occhi la società italiana appare in decadenza. «Penso che gran parte dei giovani che vanno all'estero lo facciano per questioni lavorative. Sempre più spesso l'Italia viene derisa per la mancanza di professionalità nell'ambiente lavorativo. – conclude Fraschini. – . All'estero è molto più comune farcela grazie alle proprie forze, piuttosto che grazie alle conoscenze che hai in un determinato settore. Inoltre, c'è una mancanza di serietà tra gli italiani che è riconosciuta a livello internazionale: lo vedo anche qua con le organizzazioni umanitarie. Gli italiani sono bravi a cucinare e a suonare il mandolino, ma il settore lavorativo sta scadendo sempre di più per quello che vedo e sento. Le ragioni di questa crisi sono molteplici. Di sicuro penso che in Italia manchi in troppe occasioni l'entusiasmo e la volontà per fare bene il proprio lavoro. In più quando uno queste qualità ce le ha, è facile non trovarsi nelle condizioni e nell'ambiente adatti per tirar fuori il meglio di sé. Lo vedo nel giornalismo; sono più le voci che mi hanno detto di mollare che quelle che mi hanno sostenuto in questa difficile impresa: fare del giornalismo dall'Africa, scrivendo di Africa. Prendendo sempre come esempio il giornalismo, che è il settore che conosco meglio, spesso le persone si lamentano di quanto l'Africa sia poco affrontata dai principali media a meno che non si tratti di disgrazie. Le responsabilità sono del lettore che non protesta abbastanza per avere quello che vuole, del giornalista che non ci mette abbastanza impegno nell'investigare per scrivere di storie interessanti, del giornale che non gli dà abbastanza spazio e non investe mezzi, tempo e denaro per migliorare le cose e che non da abbastanza fiducia ai propri lettori, e anche del proprietario del giornale che ha come unico scopo la vendita e il profitto. Succede così che sono rari i giornali in cui pettegolezzi e sesso non vengono messi in prima pagina».

I mali del giornalismo nostrano sono, ahimè, una triste realtà con cui tutti i giornalisti dobbiamo inequivocabilmente fare i conti, ma è altrettanto vero che la situazione non è così infame come a volte la si dipinge. Forse qualche giornalista serio è rimasto per salvare la categoria. Lo stesso vale in tutti i gangli della società nazionale: se qualcuno se ne va dal Belpaese è perché altrove si sta meglio, ma forse proprio così debosciati ancora non siamo. Tuttavia, è chiaro che qualcosa deve cambiare al più presto ma, non è la definizione massimalista di popoli e genti che comporta un miglioramento degli stessi. Anzi, percorrendo questa via paludosa, ci si impantana in situazioni che aprono le porte a quel razzismo latente che si sta cercando di eliminare dalle società che da poco si sono aperte al multiculturalismo.

Francesco Cremonesi

 

 

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