Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

Conferenza Libro Hogar

Verso fine gennaio ho partecipato a una serata per il mio libro, gentilmente organizzata dalla ONLUS Hogar di Milano per alcuni genitori adottivi.
Questo articolo, scritto da due dei partecipanti, è parte del frutto di questo indimenticabile incontro. Ancora grazie all'associazione Hogar.

ESPERIENZE CRESCERE E AIUTARE A CRESCERE IN UNA SOCIETA’ MULTIETNICA

Un giovane togolese adottato in Italia ha accettato di raccontare la sua esperienza a un folto gruppo di genitori adottivi nella sede dell’Istituto La Casa. Anche ai genitori adottivi è stata proposta un’occasione per riflettere.

-- "Ehi, fratello. Documenti". E' un lampo. La rabbia ormai disciolta nei chilometri e nelle lacrime di un faticoso viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, riaffiora. Le parole per raccontarla sono pacate, scandite, setacciate con cura, ma non tacciono nulla. Non c’è retorica, non ci sono “imbarazzismi”. Solo un filo di pudore nel racconto di Matteo Koffi Fraschini, giovane italo-togolese, nato il 10 luglio del 1981 a Lomè che ha scelto di lasciare la famiglia milanese che l’aveva adottato a dieci mesi, per tornare alle sue radici in Africa. Ed è da lui che noi adulti, bianchi, genitori, per lo più genitori adottivi, cerchiamo risposte ai nostri dubbi, consolazioni ai nostri sensi di colpa e rassicurazioni alle nostre paure. Perché è facile ascoltandolo sentirsi doppiamente sul banco degli imputati, in quanto genitori e in quanto bianchi. Doppiamente spaventati, in quanto genitori e genitori di figli di colore. Come allora non farsi travolgere da tanta rabbia? Come risparmiarla ai nostri figli? Matteo non ha ricette. “L’unica cosa che mi sento di consigliare è di comunicare, di raccontare. Parlare tanto, dire tutto. A posteriori posso dire che questo è quello che mi è mancato. Anche per colpa mia che ho sempre evitato di fare domande, fino alla sera prima del mio ritorno in Togo. Solo allora ho voluto sapere tutto, anche i dettagli più insignificanti. Non perché sperassi di ritrovare i miei genitori naturali. Solo per capire chi ero”. Senza giri di parole. O almeno per iniziare a scoprire questa identità che ora si mostra come un mosaico armonioso, ma la cui composizione si percepisce che ha richiesto pazienza e impegno. E anche una buona dose di allenamento per saltare oltre gli imbarazzismi. Una parola che è la felice sintesi di un sentimento negato, ma molto diffuso. Anche tra noi, anche in Italia, anche a Milano. Il sentimento di chi non vuol sentire parlare di razzismo, di chi vuole sentirsi “buono”, ma che nel fondo si nutre di pregiudizi. Quelli che davanti a una chiesa fanno versare in automatico un obolo nelle mani di un ragazzo di colore, senza curarsi che lui non l’abbia chiesta e si trovi lì solo perché aspetta gli amici. Quelli che fanno allungare il passo, quando per strada a chiedere un’informazione è un ragazzo di colore. Quelli che sono fuori luogo anche quando l’intenzione è di fare un complimento: “Ma come parli bene l’italiano!”. Matteo, oggi, sembra saper gestire benissimo la sua rabbia. Allontanarsi, tornare in Africa, dice che gli è stato d’aiuto. Scrivere un libro - un po’ inchiesta un po’ viaggio introspettivo - e raccontare la sua storia (nell’autobiografia I 19 giorni di Lomè), anche. E per il momento non sembra aver voglia di rientrare in Italia. Ma senza che lui ce lo abbia chiesto, da quella serata, a noi viene ribadito un compito preciso. Come cittadini e soprattutto come genitori.Non perdere l’entusiasmo di crescere davvero la società multietnica: giorno per giorno, minuto per minuto. Davvero fatta in casa. Stefania e Jean Marie Del Bo Il volume scritto da Matteo Fraschini Koffi, I 19 giorni di Lomè – Confessioni di un viaggio alla ricerca della propria identità, Edizioni Il Circo Calante, pp. 178, €10 è disponibile c/o la sede dell’Associazione Hogar onlus – via Lattuada 14 – Milano – tel 0255187310 – E-mail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

Matteo Fraschini Koffi

 

 

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