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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

avvenire

Darfur, mattanza infinita

per Avvenire

«Ripresi su larga scala i combattimenti», i civili rimangono in ostaggio

DA NAIROBI – Il Darfur, la tormentata regione del Sudan occidentale, diventata ormai sinonimo di guerra, rapimenti e negoziati falliti, non sembra trovare una via d’uscita dalla violenza. «Abbiamo registrato nel mese di maggio oltre 600 vittime: 491 morti confermati e 108 denunciati», recita un comunicato della Unamid, la ibrida missione di pace composta da caschi blu delle Nazioni Unite e caschi verdi dell’Unione africana, confermando il numero più alto di vittime dall’inizio del loro mandato a gennaio 2008.

«Queste cifre impressionanti sono la conseguenza di scontri tribali e combattimenti tra il governo e i ribelli del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza ( Jem)», aggiunge laconicamente il portavoce della missione. Nella prima metà di giugno, invece, si sono registrati altri 41 civili uccisi nelle zone occupate dalle tribù rivali dei Reizgat e dei Misseriya, mentre ulteriori scontri tra i ribelli del Jem e l’esercito sudanese hanno provocato un numero imprecisato di morti, feriti e prigionieri da entrambe le parti. Il governo americano, insieme a procuratori della Corte penale internazionale dell’Aja, centinaia di agenzie umanitarie e attivisti d’ogni sorta, non sembrano però avere la meglio su quello che è ormai lo status quo del Darfur: un misto di scontri tra popolazioni in difesa del territorio e i combattimenti tra le truppe governative e una pletora di gruppi ribelli più o meno significativi. Inoltre, con la realizzazione delle prime elezioni democratiche in più di vent’anni e l’avvicinarsi di un referendum che potrebbe far conquistare l’indipendenza al semi­autonomo governo del sud Sudan (GoSS), i riflettori hanno lasciato il Darfur per spostarsi verso lo scenario del Sud Sudan e del difficile dialogo tra Khartum e Juba, la capitale sudsudanese. Intanto, a Occidente, le violenze continuano.

«Durante gli scontri, che non si sono mai interrotti per tutta questa settimana quasi continui scontri di questa settimana – ha confermato alla stampa al-Tahir al-Feki, uno dei leader del Jem – abbiamo rilasciato 35 prigionieri di guerra sudanesi, nove di loro gravemente feriti». Il rilascio è stato confermato dal Comitato internazionale della croce rossa (Icrc), che ha ricevuto gli ostaggi e li ha trasferiti nella base militare di Nyala, capitale del sud Darfur. Il Jem, uno dei più importanti gruppi ribelli darfuriani, ha abbandonato i negoziati di Doha subito dopo le elezioni nazionali d’aprile accusando il governo di aver ripreso i bombardamenti nella regione. Da sette anni i ribelli ripetono che Khartum non ha «intenzione di includerli nel processo di sviluppo del Paese». Lo scenario è però sempre più ad alta tensione. Sempre questa settimana, Omar el-Bashir, presidente del Sudan, ha compiuto vari cambiamenti ai vertici del suo esercito. Quest’ultima mossa – a rimarcare le intenzioni del leader ricercato dalla Corte penale dell’Aja (Cpi) per crimini contro l’umanità–, ha coinvolto il generale Awad Ahemd Ibn Auf (sanzionato dall’amministrazione americana di George Bush per i presunti crimini commessi in Darfur), e il generale Jaafar al Hassan, che dal 2006, con altri suoi tre colleghi, è stato sottoposto a sanzioni da parte dell’Onu per le stesse ragioni. Il procuratore capo della Cpi, Luis Moreno Ocampo ha invece confermato la sua intenzione di chiedere alle autorità sudanesi di arrestare Ahmed Haroun, governatore provinciale nello Stato del Sud Kordofan, e Ali Kushayb, comandante di una milizia, per il loro ruolo nell’organizzazione dei massacri e delle deportazioni in Darfur. «Abbiamo bisogno che il Consiglio di sicurezza dell’Onu faccia pressione per assicurare l’arresto di questi due individui», ha dichiarato il procuratore. Immediata anche la reazione di Abdalmahmoud Abdalhaleem, ambasciatore sudanese all’Onu: «Dobbiamo scegliere se seguire le avventure distruttive e politicamente motivate di Ocampo – ha ribattuto – oppure permettere alle Nazioni Unite di focalizzarsi sul processo di pace al momento discusso a Doha e l’applicazione dell’accordo di pace tra nord e sud. Domani il Consiglio di sicurezza si riunirà per discutere tutte le questioni aperte di un conflitto che, da quando è iniziata la ribellione nel 2003, ha ucciso 300mila persone e provocato l’esodo di oltre due milioni di profughi.

DOHA, STALLO NEI COLLOQUI «È L’ULTIMA POSSIBILITÀ»

L’ultima sessione dei colloqui di pace che ha preso il via lunedì scorso in Qatar, è stata definita da Khartum come «l’ultima possibilità per i ribelli di partecipare ai negoziati». Il Jem e molti altri gruppi di ribelli non sono però presenti al tavolo delle trattative. Il governo sudanese e i ribelli del Movimento per la liberazione e la giustiza (Ljm) hanno accettato il piano di lavoro proposto dai mediatori, un’imponente squadra composta da ministri, diplomatici e attivisti, che include anche i rappresentanti della Comunità di Sant’Egidio, infaticabili negoziatori al tavolo delle trattative come “facilitatori” fin dal principio. A Doha è stata tracciata una lista di punti chiave da affrontare che comprende la «condivisione del potere e chiarimenti riguardo allo stato amministrativo del Darfur», nonché la «condivisione della ricchezza, includendo il diritto alla terra e le compensazioni per la gestione dei rifugiati e degli sfollati». Obiettivi che sulla carta possono apparire convincenti, ma sul campo sembrano quasi irrealizzabili. Il Jem ha boicottato i negoziati con una dichiarazione da parte del proprio rappresentante, Ahmed Tugud, che chiede «un maggiore impegno per chiarire la separazione dei ruoli tra i mediatori e il le autorità del Qatar che li ospitano».

 

RIBELLI E FILO GOVERNATIVI

GIUSTIZIA ED EGUAGLIANZA

Essendo all’origine della ribellione, il Movimento per la giustizia e l’eguaglianza (Jem), è considerato il più importante gruppo ribelle darfuriano. Per anni i militanti del Jem sono stati finanziati dal presidente del Ciad, Idriss Deby, con cui condividono la stessa etnia Zaghawa.

I JANJAWEED

Da anni accusati di essere finanziati dal governo sudanese, i janjaweed sono una milizia formata da diversi gruppi armati composti da varie tribù che, secondo l’Onu, sono principalmente di lingua araba. jajaweed si traduce in «Diavoli a cavallo», ed è in sella a questo animale che, dalla fine degli anni Ottanta, non hanno mai smesso di terrorizzare la popolazione civile del Darfur e gli sfollati nel Ciad Orientale.

GLI ALTRI GRUPPI

Nel corso degli anni si sono formati e smembrati una lunga lista di vari gruppi ribelli, più o meno riconosciuti. L’Esercito per la liberazione del Sudan (Sla) è uno dei più potenti e nell’ultimo periodo si è suddiviso in altri gruppi più piccoli. Il Movimento per la liberazione e la giustizia (Ljm), è l’unica fazione ribelle che si è presentata agli ultimi colloqui.

 

 

Matteo Fraschini Koffi

 

 

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