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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

avvenire

I "Taleban" del Mali abbattono i mausolei

per Avvenire

I miliziani di Ansar Dine hanno distrutto tre dei 16 santuari di Timbuctu Solo due giorni fa l’Unesco aveva inserito i siti tra i patrimoni «a rischio»

DA MOPTI (MALI) - Hanno circondato l’area con i pick-up. Poi, armati di Kalashnikov e asce, hanno cominciato a distruggere tutto: qualsiasi cosa avesse, per loro, una qualche attinenza con l’idolatria. La velocità e la violenza con cui il fondamentalismo islamico sta travolgendo il nord del Mali sembra non conoscere limiti. I miliziani di Ansar Dine, uno dei diversi gruppi estremisti che da mesi occupano un territorio grande quanto la Francia, hanno abbattuto ieri i preziosissimi mausolei di Timbuctu.

«Un atto tragico», ha commentato con grave preoccupazione l’Unesco, l’agenzia culturale delle Nazioni Unite che nel 1988 aveva assegnato alla cittadina lo status di patrimonio dell’umanità. Gli islamisti hanno demolito completamente tre santuari, incluso quello di Sidi Mhamoud (Ben Amar). E hanno annunciato che li distruggeranno tutti e sedici. «I residenti hanno assistito allo scempio a bocca aperta, senza poter fare nulla», hanno raccontato fonti sul posto. L’attacco ai santuari, che ricorda la distruzione delle statue dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan nel 2001 da parte dei taleban, è, con tutta evidenza, la “risposta” dei fondamentalisti alla decisione dell’Unesco di inserire, giovedì, la cittadina maliana nella lista dei patrimoni del mondo «più a rischio». Una mossa “inaccettabile” per la visione iconoclasta dei salafiti. Contestualmente, le Nazioni Unite avevano sottolineato che «la presa di Timbuctu da parte degli estremisti potrebbe mettere in pericolo le sue meraviglie architettoniche ». La reazione dei miliziani di Ansar Dine, che hanno giurato di portare una cruda versione della sharia in tutto il Paese, non si è fatta attendere.

«Questa è una notizia drammatica per tutti – ha detto Alissandra Cummins, recentemente nominata direttore dell’Unesco – faccio appello a tutti gli attori coinvolti negli scontri a Timbuctu affinché agiscano in modo responsabile». Bernard Valero, portavoce del ministero degli Esteri francese, ha invece rilevato che «la violazione sistematica di questi luoghi di raccoglimento e preghiera costituisce un atto intollerabile». «Invochiamo quindi la fine di queste violenze e di questa intolleranza», ha chiesto Parigi. Quanto al governo maliano, ha detto di considerare gli attacchi ai mausolei come «un crimine di guerra ». Timbuctu ha sempre avuto un grande valore simbolico per il Mali e ricopre tuttora un particolare ruolo storico per l’umanità. Tra il tredicesimo e diciassettesimo secolo, questo luogo alle porte del deserto era considerato il centro della cultura islamica in Africa sub-sahariana. Ma la realtà sta cambiando rapidamente. L’attuale ondata di radicalismo islamico di matrice salafita non ammette l’adorazione di statue, oggetti o luoghi di culto. E tale movimento si sta scontrando con il sufismo, una corrente islamica più moderata, maggiormente praticata in Mali.

La situazione nel Paese è ormai allarmante. Dopo la presa di Gao, una delle tre più importanti città del Nord, oltre a Timbuctu e Kidal, gli islamisti hanno dichiarato giovedì di avere il completo controllo della regione. Ansar Dine, al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), e il Movimento per il monoteismo e il jihad in Africa occidentale (Mujao) sono riusciti a sconfiggere i ribelli tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla). Il Mali è ora uno Stato privo di un’autorità centrale e un Paese senza confini lungo i due terzi del territorio. Il presidente ad interim, Dioncounda Traore, è da molti giorni a Parigi dopo essere stato picchiato da una folla che protestava contro il suo mandato, mentre gli ex-golpisti, un gruppo sparuto di militari di basso rango che ha attuato il colpo di Stato il 22 marzo, tentano di governare il Sud.

Un “covo” dell’insurrezione che fa molta paura non solo ai Paesi confinanti, ma anche all’Occidente. Nella regione sarebbero presenti campi di addestramento organizzati da estremisti islamici afghani, pachistani e, apparentemente, anche europei. Le Nazioni Unite, spinte dall’Unione africana e dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), stanno valutando l’ipotesi di una risoluzione per un intervento militare.

«Sembra incredibile: il Mali era considerato un’oasi per il turismo africano», commenta Leonardo Paoluzzi, fondatore della Kanaga, una delle pochissime agenzie turistiche rimaste a Bamako. «Invece, ora, questo bellissimo Paese sta perdendo tutto».

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«Ci stiamo trasformando in un Afghanistan dell’Africa»

Secondo Mame Diarra Diop, maliana e capo-redattore del Journal du Mali, la crisi in cui è caduto il Paese era prevedibile. «Da troppo tempo l’ex Presidente Amadou Toure aveva dimostrato lassismo rispetto alla gestione del Mali. Ma nessuno poteva prevedere la velocità con cui siamo precipitati e la profondità della crisi in cui ora ci troviamo », afferma Diop.

Gli ultimi cinque mesi sono stati quindi una sorpresa?

In gran parte sì. Non ci saremmo mai aspettati di essere considerati dagli analisti «il prossimo Afghanistan dell’Africa occidentale ».

A chi dobbiamo attribuire la responsabilità di questa crisi?

Innanzitutto all’ex presidente Toure. Da tempo non sembrava neanche più un presidente, non dimostrava l’autorità di un vero leader. Ma anche l’intera società civile è responsabile. Troppe persone avevano accesso a Palazzo senza un minimo di credenziali, e questa gente ha sfruttato al massimo la situazione per i propri interessi. Paradossalmente, quelle stesse persone ora accusano Toure di aver tradito il Paese e di aver portato il Mali verso una tragedia che durerà ancora per anni.

Come si potrà risolvere la situazione?

Non lo sappiamo, è una crisi molto complessa. Gran parte della popolazione vuole l’intervento militare perché ritiene fondamentale riacquistare l’integrità territoriale. Non ci sembra possibile negoziare né con chi occupa con le armi il territorio, né con chi vuole imporre la sharia. Il problema è che sebbene l’Ecowas (la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) supporti l’intervento militare, è il governo maliano che deve fare domanda. Ma i nostri politici non fanno alcuna dichiarazione pubblica. Inoltre, qui come all’estero, in tanti dubitano delle capacità del nostro esercito. Noi giornalisti cerchiamo di ottenere informazioni, ma è quasi impossibile.

Significa che il governo tiene segreta la sua strategia?

Il ministero della Difesa, come molti altri uffici, non ci dà informazioni, per questo fatichiamo a scrivere notizie certe su ciò che sta succedendo o succederà nel Paese. Inoltre, le autorità hanno fatto capire a noi giornalisti che dobbiamo anche stare molto attenti a ciò che pubblichiamo.

Quando è stata l’ultima volta che ha visitato Timbuctu?

Ero lì a gennaio. Sono partita il giorno prima dell’inizio delle ostilità. Già allora però si avvertiva una forte tensione. La gente del posto ci parlava di molti traffici in corso, ma nessuno faceva nomi. Timbuctu è da tempo lasciata a se stessa, completamente trascurata dai governi precedenti. Vorrei ritornarci, ma per via del fondamentalismo islamico che, come stiamo vedendo in queste ore, sta mettendo radici in città, è sempre più pericoloso per una donna raggiungere quell’area.

Anche gli Stati limitrofi hanno una certa responsabilità in questa crisi?

Il Mali da solo non riuscirà a risolvere la situazione. Il primo ministro di transi­zione (Cheikh Modibo Diarra, ndr.) sta al momento visitando altri Paesi come l’Algeria, uno Stato che gioca un ruolo fondamentale nella regione, soprattutto nel nord del Mali dove ci sono grandi risorse minerarie.

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EMERGENZA UMANITARIA

L’ONU: «DONNE, BAMBINI E ANZIANI MUOIONO NEL SILENZIO RAGGIUNGERLI È DIFFICILE: A OGNI MISSIONE RISCHIAMO LA VITA»

«Sembrava di partecipare a un rito collettivo», dice Julie Gillard, operatrice delle Nazioni Unite a Bamako, riferendosi a uno dei primissimi convogli della Croce Rossa maliana partiti nei giorni scorsi verso il Nord. «Ad ogni missione, i membri dello staff locale rischiano la loro vita per portare gli aiuti alla popolazione. È davvero ammirevole». Con l’aggravarsi dei conflitti, le prime vittime sono, come sempre, i civili inermi. Donne, bambini, anziani, stanno morendo silenziosamente, senza neanche la possibilità di poter dar voce alle loro sofferenze poiché pochi hanno il coraggio e i mezzi per raggiungere la regione. Secondo le organizzazioni umanitarie, «sono oltre 300mila i rifugiati che stanno fuggendo da guerra, fame, e carestia». La più parte ha trovato soccorso in Niger, Algeria e Mauritania, dove le condizioni climatiche non sono però migliori. Ma anche il Burkina Faso sta ospitando un numero impreciso di profughi maliani. Sono stati diversi i lanci d’allarme che prevedevano una gravissima crisi umanitaria nell’area come nella maggior parte del Sahel, ma la comunità internazionale sembra tuttora lenta a reagire. «Sono riuscito tornare a casa e a portare via la mia famiglia da Gao» spiega Baba Sissoko, un maliano residente nella capitale senegalese Dakar. «Le loro condizioni, come quelle di molti altri, erano tragiche. I ribelli hanno violentato, ucciso e rubato – continua Sissoko – e i costi dei prodotti alimentari erano radicalmente aumentati. Sembrava di essere all’inferno». L’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (Acnur) ha dichiarato giovedì scorso che la situazione in Mali «rischia di diventare una catastrofe umanitaria».

 

 

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