Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

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Sono un italiano, un italiano nero - Corriere della sera, 2003

Corriere della Sera

Testimonianza/Dalle vecchiette che offrono l’elemosina alle domnde sospettose della polizia "Ma sono certo che la gente si sta abituando".

La storia di Matteo, 22 anni, adottato da una famiglia milanese in Africa quando aveva 9 mesi

"Dove hai rubato la macchina? Quando sei arrivato in Italia?" La macchina e’ di mio padre. In Italia sono arrivato 22 anni fa quando avevo 10 mesi. Il poliziotto mi guarda incredulo. Mi e’ capitato molte volte. Alla fine, controllati i documenti, dice: "Buona sera". Ma forse non e’ ancora convinto. Il mio errore, sta volta, e’ stato quello di tentare una curva a U con l’intento di trovare parcheggio vicino a casa.

Mi chiamo Matteo Fraschini, cittadino italiano, residente a Milano. Nato nel 1981, in Togo (Africa Occidentale), e laggiu’ adottato dai miei genitori (il mio papa’ fa il primario medico a Milano e spesso lavora in Africa). L’altro giorno una signora gentile mi ha detto:"Ma come parli bene l’italiano!" E un’altra: "Tu avere freddo?". Io non mi arrabbio piu’, ma certo non e’ piacevole. Come quell’altra volta, in cui mi sono ritrovato con due euro in mano donati da un distinto signore che si dirigeva frettolosamente verso il portone della chiesa per la messa di mezzanotte (naturale, ho pensato, a Natale si e’ tutti piu’ buoni).

Oppure qull’altra volta ancora, molto simile, in cui mi e’ stata offerta una banconota da mille lire mentre parlavo con mia cugina, che e’ bianca, davanti alle gradinate di un oratorio. In questo caso, la vecchietta premurosa, accortasi di avere male interpretato la situazione, mi ha rimproverato seccata: "Ma insomma, se tu ti metti qui davanti!".Io oggi sono iscritto all’universita’, guadagno qualcosa con la pubblicita’ e la moda. Ho anche girato uno spot televisivo con Naomi Campbell. Ma cio’ che mi piace di piu’ e’ andare in giro con la mia telecamera a cercare l’altra faccia delle cose. Ad esempio, finito in Sudafrica per una trasmissione pubblicitaria, ho esplorato i quartieri neri di Citta’ del Capo facendo un piccolo documentario personale. Sul set televisivo l’unico non bianco ero io, e in albergo pure, tanto che mi e’ venuto da chiedere se erano rimasti dei neri in Sudafrica. Cosi’, dopo aver trovato un autista di colore, ho fatto un lungo giro per le bidonville visitando alcune famiglie.

Il razzismo probabilmente c’e’ dappertutto, piu’ o meno forte. In Francia, pero’, il razzismo all’italiana, spesso anche divertente, non l’ho mai trovato. E’ piu’ facile imbattersi in un cameriere francese che al tavolo di un pub ti dice "Io non servo negri" (e’ capitato a un mio amico), piuttosto che trovare un francese distinto che ti fa l’elemosina. E’ una questione di abitudine, penso.Nel mondo della moda mi sono invece trovato paradossalmente piu’ accettato: lavorando a Milano ho notato come in questo ambiente sei trattato in ugual modo da tutti. Non c’e’ distinzione. Forse perche’ le persone che ne fanno parte vengono da Paesi diversi. Cosi’ ti accorgi di come il colore non sia un problema, ma che anzi alcune volte ti serva. L’unico guaio e’ che ti senti trattato come un oggetto: ma queste sono le regole del mercato.

Arrivato in Italia da piccolo, ho sempre vissuto la mia diversita’ come una sfortuna e un motivo di imbarazzo. Io volevo essere uguale ai miei coetanei. Mi ricordo che odiavo le gite di classe perche’ questo voleva dire girare per la citta’ e rischiare di incontrare il tipico ambulante senegalese che si metteva a parlare solo con me, quando io non mi sentivo diverso dai miei compagni. Anche con la chiesa avevo problemi. Per almeno 5 o 6 anni, ogni volta che mi mettevo in fila per la comunione, pregavo il Signore affinche’ il prete non notasse il colore della mia pelle e a causa di questo, evitasse di darmi l’ostia. Solo poi, mi sono reso conto che possono esistere cristiani del mio colore.

Ora, pensando a molte cose del passato mi viene da ridere. Fino a 14-15 anni credevo che non avrei mai potuto avere una ragazza italiana perche’ andare in giro con me voleva dire superare la vergongna di mostrarmi alla gente. Dopo, non e’ stato difficile accorgersi dell’esatto contrario. Probabilmente vedevo troppi film americani. Sono comunque sicuro che la maggioranza delle persone si sta pian piano abituando all’idea di aver gente di diverso colore nella propria citta’. Fa parte dell’evoluzione delle cose. Anche se ancora oggi, incontro chi si dice non razzista e poi si affretta a cambiare il cartello del pub - "Si accettano per turno serale ragazzi e ragazze" - per evitare che mi venga in mente di chiedere lavoro. E se invece si dimentica di cancellare la scritta, mi chiede subito se ho il permesso di soggiorno. Ma in questo caso non hanno scuse: sulla mia carta d’indentita’ c’e’ scritto "italiano".

 

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MFK Matteo Fraschini Koffi

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