Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance

Rose con troppe spine

diario

"Chi protesta è licenziato": questa è la regola tra gli operai che coltivano fiori in Kenia

Naivasha (Kenia) – "Più di ogni cosa, esigo avere fiori, sempre, sempre". Con questa frase del celebre pittore impressionista Claude Monet si apre il sito web della Oserian, la più grande società nella produzione di fiori recisi in Kenia. Con quasi cinquemila dipendenti, è ai primi posti nell’esportazione di rose verso l’Europa. La società, di proprietà olandese, è nata nel 1969, il nome nella lingua della tribù dei Masai significa “Luogo di pace”. Alle origini era costituita da sei operai e si estendeva su un terreno di cinque ettari. Nel 1982 ha iniziato la produzione ed esportazione di fiori recisi, partendo da una discreta varietà, fino a concentrarsi principalmente sulle rose. Oltre all’Oserian, le società più importanti sono la Homegrown flowers, la Sher Agencies e la Sulmac Flowers.

A Naivasha non c’è un granché da vedere. Di solito i turisti si fermano per qualche minuto, danno un’occhiata ai dukas (piccoli negozi) disseminati per le strade polverose della cittadina, fanno provviste di snack e risalgono sulle loro Land Cruiser, diretti verso i parchi nazionali o le rive del Lago Naivasha. Ed è proprio qui, tra le dolci colline che circondano questa piacevole zona del Kenia a poco più di un’ora da Nairobi, che sorge la maggioranza delle piantagioni di fiori. Di questi tempi, le cosiddette farm "sono dotate d’infrastrutture più moderne di quelle che abbiamo in Italia", afferma Vittorio travaglino, un commerciante di successo con quindici anni d’esperienza nella floricoltura.

Il Kenia, con una quota del 31 per cento dei fiori recisi che raggiungono l’Europa, esporta tra il 90 e il 95 per cento della sua produzione, per un totale che va oltre le 40 mila tonnellate annue. Il business dei fiori compete con le esportazioni di tè, caffè e con il turismo, coinvolgendo direttamente 500 mila persone e almeno altri due milioni nell’indotto. A Naivasha, dove sono presenti più di 50 aziende, competizione è molto intensa.

I camion che giornalmente arrivano in aeroporto variano da un numero di 25 a 50 al giorno. I voli che, sempre giornalmente, partono per l’Europa colmi di fiori kenioti sono in genere cinque: due durante le ore diurne e tre durante quelle serali e notturne, quando fa più fresco. Alcune organizzazioni ambientaliste europee hanno cominciato una campagna contro l’inquinamento atmosferico provocato dai continui voli per il commercio di fiori. Il traffico aereo sembra essere responsabile dell’emissione di quasi tremila tonnellate di anidride carbonica al mese. Secondo il settimanale tedesco Die Zeit, la Germania ne emetterebbe 10,2 tonnellate prop capite all’anno, la Gran Bretagna 8,9, l’Italia e la Francia più di 6, mentre un keniota solo 0,2. "Quindi, è inutile prendersela con l’industria dei fiori", sostengono in molti. MA non ci sono solo gli ambientalisti, anche chi lavora nel turismo (tra i quali molti europei) è piuttosto preoccupato, per usare un eufemismo. Quello che fino a qualche anno fa era uno dei laghi più belli del Kenia ora sembra diventato una pozza malsana, Le aziende succhiano acqua e scaricano sostanze chimiche. Le diverse specie dei pesci sembrano essersi drasticamente dimezzate. Inoltre, spesso e volentieri, le migliaia di lavoratori che risiedono nella zona sono costretta a lavarsi nelle acque del lago.

Verso la fine del 2006, in Italia, si è facilmente celebrato l’avvio della vendita di rose “equosolidali” nei supermercati, etichettate con il marchio Fair Trade. Paradossalmente, qui nel Naivasha, alcune delle più grandi aziende si vantano della recente acquisizione dello stesso marchio: dovrebbe garantire l’umanità delle condizioni lavorative degli opera. Ma ci sono state molte critiche al riguardo. Per esempio, i cambiamenti di prezzo, secondo il settimanale britannica The Economist, sono un tentativo di mascherare i fallimenti del mercato incoraggiando la sovrapproduzione. Altri accusano il Fair Trade di operare all’interno del sistema globale, invece di creare un mercato più autonomo e indipendente. Gli economisti, insieme all’ala più conservatrice della politica, giudicano il marchio come una specie di sussidio che impedisce la crescita e l’efficienza della produzione. Ambienti di sinistra pensano che il Fair Trade non si opponga in modo sostanziale alle regole della globalizzazione. Altri, invece, insistono su una più forte restrizione e serietà dei codici e sulla necessità di aumentare i prezzi dei prodotti equosolidali. Se tale marchio, infatti, vuole avere un mercato sempre maggiore, ormai non può che relazionarsi con le grandi imprese e i grossi supermercati. E se la domanda è alta, come nel caso dei supermercati, i lavoratori sono costretti ad adattarsi per soddisfare tale domanda, quindi vengono meno le regole del cosiddetto Fair Trade. I supermercati possono usare facilmente la loro capacità d’acquisto per abbassare i prezzi. Secondo alcuni, marchi di questo genere possono avere successo solo in relazione a piccole imprese. Ecco perché c’è chi preferisce continuare a comprare banane e caffè equo solidali di piccole farm, anziché avventurarsi nel mondo delle rose. Il marchio Fair Trade impone anche che una percentuale sulle vendite sia usata a beneficio della comunità locale per progetti di sviluppo. Ma i lavoratori non approvano il concetto: sostengono che preferirebbero avere i soldi in contanti nelle loro tasche.

In ogni modo, è difficile parlare con i supervisori, i manager o i proprietari di tali aziende marchiate Fair Trade. Nessuno sembra essere nel posto giusto al momento giusto. La scusa più frequente che si ottiene quando si fa domanda per una visita all’interno dei compound, spesso murati o recintati con filo spinato, è: "Il direttore momentaneamente è all’estero, non si sa quando tornerà esattamente". Non si hanno notizie sull’ultima ong che sia riuscita a varcare la soglia di queste piantagioni. Invece, le società che (dopo mesi) permettono una (breve) visita all’interno delle loro farm, di solito non lasciano che si scattino foto, ma preferiscono rifornirti di decine delle loro immagini stampate sulle loro riviste. In quelle, naturalmente, gli impiegati sorridono.

Per avere qualche informazione sulla coltivazione e il commercio di fiori, di cui le rose costituiscono almeno l’80 per cento, non resta che parlare con i lavoratori. Loro sembrano esserci sempre. Vicino a una di queste aziende, seduti al tavolino di un bar, sotto un tetto di makuti (foglie di palma), un ventiseienne spiega dettagliatamente in cosa consista il suo lavoro: "Io faccio parte del turno di notte, inizio alle sette di sera e finisco verso le sei di mattina. Lavoro nel settore del processing. Con la mia squadra di 20 colleghi ci occupiamo di entrare nella Cold room (stanza fredda), raggruppare un certo numero di fior, rose soprattutto, e tagliare l’ultimo pezzettino del gambo. Perché è alla fine del gambo che risiede la maggior parte dei germi del fiore. La Cold room non supera i quattro gradi di temperatura, quindi dobbiamo vestirci pesantemente. Questo processo dura circa mezz’ora, poi più tardi si ricomincia". Haron, orgoglioso, tira fuori alcune foto di lui nella Cold room con il giaccone, i guanti e il cappello. "Una volta raggruppate portiamo le rose in un altro stanzone dove le sistemiamo su delle lunghe tavolate. L’azienda ci consegna ogni settimana un foglio con una tabella dei nomi e degli ordini delle società europee di cui ci occupiamo. Solitamente, per quel che ne so, i nostri fiori vanno in Olanda". Posa sul tavolo un foglio con qualche decina di nomi, di date, e indica le colonne in cui ci sono scritti diversi numeri. "Per esempio:questa società vuole 20 rose di questo tipo, con il gambo lungo un certo numero di centimetri, da mettere in 50 bouquet, per riempire 300 scatole. Riempite le scatole, le posizioniamo nel magazzino in attesa che arrivi il camion per portarle all’aeroporto".

Allo scalo Jomo Kenyatta di Nairobi i camion pieni di fiori vengono fatti passare per un percorso speciale – come succede per gli ominidi Stato o le celebrità – e poi vengono scaricati. Le scatole, a volte, aspettano qualche ora nei frigoriferi dell’aeroporto, altrimenti vengono direttamente caricate sul primo aereo. "In effetti, il mio lavoro è un po’ più complicato di come l’ho descritto" tiene a precisare il giovane operaio, "non tutti i fiori nella Cold room sono buoni. Dobbiamo quindi essere in grado di riconoscere se i fiori siano affetti da qualche malattia. Bisogna anche sostituire i vecchi pesticidi usati durante la coltivazione con quelli nuovi per la conservazione, e stare molto attenti a tagliare la giusta lunghezza del gambo. Poi confezionare i bouquet usando una plastica con scritto il numero di giorni della durata di un fiore. Non è sempre facile". I fiori raggiungono l’Olanda e sono messi all’asta. I distributori, una volta portata a termine la loro spesa, trasportano nuovamente gli scatoloni in vari Paesi europei, chi con altri aerei, chi con altri camion. Tutto può succedere nell’arco di una sola giornata.

Parliamo delle malattie: Dunque, le malattie di un fiore si possono riconoscere dal gambo, dalle foglie, dai petali" No, le altre malattie. "Le malattie possono essere varie, ecco perché si devono sempre spruzzare i pesticidi di modo che…". Il giovane sembra pensare solo ai fiori. "Ah, le nostre malattie? Dunque, noi lavoratori siamo dotati di guanti, occhiali, e camici. Non ci sono per tutti, ma per la maggior parte di noi. E poi dipende dal settore in cui si lavora. Io mi sono ammalato solo una volta, per qualche mese ho avuto un po’ di bruciore agli occhi e continuavo a tossire. Ma ora è passato. Alcuni miei colleghi non usano le protezioni fornite dalla società perché pensano di non averne bisogno. Molti non hanno ricevuto un’istruzione, così si ritrovano con malattie peggiori che gli rovinano la pelle".

Regina Soni ha due figlie e lavora per un ristorante della zona. Si è licenziata un anno fa dalla Plantation Plants, una società austriaca, dove lavorava nel settore della raccolta. Si siede a fianco dell’operaio, decisa a denunciare la sua situazione e quella di altre sue colleghe: "Il periodo peggiore inizia a ottobre e dura fino a marzo. In quei mesi lavoravo fino a 18 ore al giorno e la nostra azienda non ci ha mai dato le protezioni necessarie. In alcuni periodi dell’anno fa molto caldo quando si lavora dentro le serre. La stragrande maggioranza dei lavoratori sono in realtà lavoratrici: se sei incinta o hai de figli, difficilmente ti prendono. Io mi sono licenziata perché mi sono ammalata. Avevo la pelle tutta irritata. Ho provato con alcune mie creme, ma il prurito non andava via". Secondo dati ufficiali, una volta che gli agenti chimici sono spruzzati sui fiori, si dovrebbe aspettare dalle 9 alle 48 ore prima di maneggiare le piante e respirare tra i campi o dentro le serre, ma questo non succede mai. Il lavoro è tanto e i tempi sono stretti. Lavorare a contatto con sostanze chimiche per gran parte della giornata può provocare malattie a volte incurabili. Il giornale di strade keniota The Big Issue, come molte altre ong, denuncia da tanti anni casi di perdita della vista, escoriazioni della pelle, danneggiamento delle vie respiratorie, oppure problemi riguardanti la fertilità e l’impotenza. Non si sono ancora presentate situazioni in cui l’azienda si sia dichiarata responsabile di tali malattie. Le società più grandi hanno di solito delle strutture ospedaliere che servono per curare i propri lavoratori, ma questo, secondo Regina, non basta. "Se hai qualcosa ti mandano dal medico della piantagione, un medico che però può curarti solo le malattie più superficiali, dandoti qualche pastiglia. Le mie condizioni di salute non miglioravano, così mi hanno detto di non lamentarmi altrimenti sarei stata licenziata".

I contratti che di solito vanno dai tre agli otto mesi (ci vuole qualche anno per essere assunti), non sembrano avere una grande importanza per molte società. I licenziamenti sono normalmente casuali e quasi mai hanno dietro una ragione valida. L’operaio interrompe Regina: "Se sei fortunato ti danno una lettera firmata da uno dei loro avvocati e si inventano un qualsiasi pretesto per licenziarti. Ma il metodo più frequente è quando, alla fine del tuo turno, la guardia al cancello ti aspetta e ti dice: “You’re terminated” (hai finito)". Durante la bassa stagione, quando in Europa il clima è migliore e la domanda diminuisce, ogni anno migliaia di lavoratori vengono licenziati. "Così sei costretto a cambiare piantagione. Va peggio Quando i tuoi capi ti minacciano e ti vietano di andare a cercare lavoro in altre aziende, perché hanno paura che tu riveli i segreti del funzionamento della società. Quelli che si fanno intimidire ritornano al loro villaggio. Ma c’è chi rimane nei dintorni per rubare ai turisti o per ridursi a chiedere l’elemosina in strada".

Regina riprende: "Quando ho capito che nessuno dell’azienda mi avrebbe aiutato, e siccome una visita da un medico costa più o meno 3.500 scellini (circa 40 euro), sono andata in tribunale. Chi c’è stato prima di me, lo ha però caldamente sconsigliato. Quando ti metti contro queste grandi aziende, hai già perso. I loro avvocati di solito pagano i giudici, così le udienze vengono rimandate di mese in mese e con quello che guadagnavo non potevo permettermi di spendere troppi soldi per i mezzi di trasporto. Dopo qualche rinvio, ho lasciato stare e mi sono licenziata". "Ci sono lavoratori che sono morti per arrivare alla prima udienza del loro processo", incalza in modo scherzoso, ma non troppo, il giovane operaio. Prezzi troppo alti da pagare, considerati gli stipendi di 6.550 scellini al mese (poco più di 70 euro), "in cui sono compresi mille scellini per l’alloggio e 450 per il trasporto" continua il lavoratore, "io però sono costretto a prendere il matatu (pulmino locale)che ogni giorno mi costa 60 scellini, ai quali devo aggiungerne 2.000 per l’affitto della mia stanza. Mi restano quindi…" - fa il calcolo su un foglio - "…2.750 scellini (circa 30 euro) per vivere. Caspita, mi sono dimenticato di togliere i 200 dell’assicurazione medica". L’operaio non riesce a credere che le sue rose, una volta raggiunti i grandi distributori e supermercati italiani o francesi, sono poi rivendute da venditori ambulanti provenienti dal Sudest asiatico, soprattutto dal Bangladesh. La sera, quando si mangia comodamente a un ristorante, o si esce fuori da un locale, i venditori si avvicinano proponendo un prezzo che può arrivare fino a dieci euro per una rosa. "Cosa? Con un mazzo di sette rose potrei pagarmi lo stipendio". Comunque il caso di questo operaio è per certo uno dei migliori. Parlando sempre di lavoratori per i quali non sono richieste particolari capacità tecniche, una gran parte delle società preferisce pagare sotto lo stipendio minimo governativo di 5.200 scellini al mese (meno di 60 euro). I salari oscillano tra 120 e 200 scellini al giorno. Con una media di 160 scellini, al mese risulta 4.160.

La Oserian ostenta cerimoniosamente il fatto che paga i suoi lavoratori be 1.350 scellini (15 euro) in più rispetto allo stipendio minimo imposto dal governo.

Le società equipaggiate hanno pullman che portano avanti e indietro i lavoratori, alloggi per le famiglie e scuole per i loro bambini. "Sì, ma sembra di stare in un recinto per animali", si lamenta Regina, "i pullman arrivano solo fino a un certo punto, e gli alloggi sono invivibili. Magari per le famiglie vanno bene, ma per chi non ha famiglia? Ti mettono in una stanza di qualche metro quadrato, con delle lenzuola appese per dividere gli spazi, e ti fanno dormire con due o tre persone che non conosci. In questa zona del Kenia, fino all’anno scorso, avevamo il 40 per cento degli abitanti infetti da Hiv. Anche il fatto di ritrovarsi con persone di un’etnia diversa può essere un problema. Per esempio, le tribù occidentali del Kenia sostengono che il preservativo sia solo per i bianchi e così se ne fregano di usare le dovute precauzioni. Il Lago Naivasha è tra le zone turistiche più visitate e la prostituzione è molto diffusa ed economicamente più redditizia. Quando vengono interrogati sull’aiuto da parte delle organizzazioni umanitarie, i due alzano gli occhi al cielo: "La maggior parte delle ong vengono raggiunte al telefono dalle aziende e insieme concordano il prezzo per respingere le nostre domande. Sono tutti dei corrotti", insiste Regina, "mentre le altre organizzazioni sono comunque troppo piccole per affrontare gli avvocati delle società. Quindi, è meglio non lamentarsi. Specialmente quando si tratta di abusi sessuali. Una mia amica l’hanno licenziata proprio per questo. Aspetta, vado a chiamarla". Regina si alza di fretta e corre sotto la pioggia.

Ha cominciato a piovere nei dintorni del Lago Naivasha. Siamo proprio sotto l’Equatore. È grazie a questo clima che gli europei possono permettersi di comprare fiori per ogni festività dell’anno, dal Natale a San Valentino, dalla festa della mamma agli anniversari di fidanzamento. Regina torna inzuppata, ma felice di aver trovato Sara, una delle sue migliori amiche e madre di tre figli piccoli. Sara è la più timida del gruppo. È alta, ha un viso dolce e degli occhi profondi. Le treccine le arrivano fino alle spalle. "Lei lavorava con me nei campi, poi l’hanno licenziata. Spiega come ti è successo". Regina incita la sua amica. "Mi hanno stuprato un anno fa", la sua voce è fievole, si fa quasi fatica a sentirne le parole, "è stato uno dei supervisori che curava il mio campo. Siccome alcuni di noi cercano di lavorare la domenica per guadagnare qualche soldo in più, quel giorno il mio supervisore mi ha detto di andare a raccogliere dei fiori in un campo diverso. Sapeva che c’era meno gente di domenica. Mi ha afferrato e mi ha detto che se avessi urlato mi avrebbe ucciso. Aveva un coltello dietro la schiena. Qualche giorno dopo ne ho parlato con le mie colleghe. Era successo anche ad alcune di loro, ma invece di aiutarmi a denunciare le violenze, molte hanno iniziato a prendere distanze. Dicevano che se si fossero lamentate, sarebbero state licenziate subito". Regina interrompe nuovamente la conversazione: "È il problema di cui parlavo prima: nelle piantagioni ci sono lavoratori di diverse etnie e questo è un fattore in più che non ci permette di unire le nostre forze per protestare. Ognuna di noi pensa a se stessa e alla sua famiglia. Se parli sei segnato, le colleghe ti guardano come se avessi una grossa “X” sulla fronte. A volte basta che uno dei supervisori capisca che delle persone si stanno raggruppando per protestare e licenziano subito tutti. Tanto possono contare su migliaia di kenioti in cerca di lavoro. E poi, prima di arrivare a parlare con il manager, devi passare una serie di supervisori. Se non se della loro etnia, neanche ti considerano.

Nel febbraio 2006, poco prima di San Valentino, migliaia di operai si ribellarono protestando contro un licenziamento di massa, avvenuto in seguito a uno sciopero. Volevano un aumento dei salari. La polizia intervenne con gas lacrimogeni e manganelli. Sara quasi si vergogna a dire che, dopo essere stata violentata, è riuscita a parlare al manager che l’ha semplicemente accusata di mentire. "Persino mio marito, che lavora ancora in quella farm, mi ha vietato di parlare. Abbiamo tre figli e non vuole essere licenziato pure lui".

È sera. Il giovane si stira sulla sedia soddisfatto della chiacchierata e pronto per iniziare il suo turno lavorativo. Finisce di bere la sua aranciata, ma prima di alzarsi, estrae dalla tasca il suo passaporto e inizia a fare domande: "Mi piacerebbe molto venire in Europa! Quanto costa? Cosa devo fare? Da voi come sono trattati i lavoratori nelle piantagioni di fiori?".

 

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