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Matteo Fraschini Koffi - Giornalista Freelance
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Bashir arrestato dai suoi militari

Lomé, TOGO - «Nuova era, nuova nazione ». Con questo slogan urlato nelle piazze sudanesi durante gli ultimi cinque mesi, le proteste di massa hanno spodestato ieri mattina un altro dittatore africano: il presidente sudanese Omar Hassan el-Bashir. L’onda rivoluzionaria è stata però “cavalcata” dall’esercito che ha compiuto un golpe in vecchio stile, arrestando il leader e nascondendolo in un «luogo sicuro».

Sebbene i manifestanti abbiano dimostrato una relativa calma, la situazione nel Paese rimane molto tesa. «Per mantenere l’ordine dobbiamo adottare alcune importanti misure di sicurezza», ha riferito ieri alla televisione nazionale il generale Awad Ibn Ouf, ex primo vicepresidente e ministro della Difesa, ora a capo del Consiglio militare di transizione.

«Le nuove elezioni saranno previste tra due anni, lo stato d’emergenza durerà tre mesi e il coprifuoco un mese. Inoltre – ha continuato Ouf –, lo spazio aereo rimarrà chiuso per 24 ore e i confini saranno riaperti solo con un nuovo ordine». Le proteste sono iniziate lo scorso dicembre a causa dell’aumento dei prezzi di vari prodotti come il pane. Decine di migliaia di sudanesi, stanchi dei quasi trent’anni di potere di el-Bashir, si sono riversate per le strade di diverse città rischiando la loro vita. «La nostra rivoluzione è pacifica, pacifica, pacifica», gridavano i membri di varie associazioni della società civile che hanno dato vita alla «primavera sudanese”. Oltre 200 persone sono rimaste uccise. Migliaia sono invece state ferite, imprigionate o torturate.

Durante gli ultimi cinque giorni, però, grazie anche alle forzate dimissioni di Abdelaziz Bouteflika in Algeria, le proteste sono aumentate di intensità. Come la repressione e gli spari sulla folla. Inoltre, gli apparati di sicurezza si sono divisi, con l’esercito regolare che difendeva i civili dagli attacchi delle forze paramilitari create da Bashir. Il tempo per il padre-padrone del Sudan era ormai scaduto. «I blindati si sono appostati intorno alla residenza ufficiale di Omar el-Bashir e lungo le arterie nevralgiche della città», riferiva ieri un membro dell’Associazione professionale sudanese (Aps), uno dei gruppi che ha promosso le manifestazioni e il sit-in di protesta dello scorso sabato davanti alla sede dell’esercito. Centinaia di ex funzionari del regime e membri del Congresso nazionale, il partito al potere da oltre 20 anni, sono stati arrestati. Alle dimostrazioni di giubilo, sono comunque seguite le prime delusioni. «Il regime ha condotto un colpo di Stato militare riportando le stesse facce e le stesse istituzioni contro cui il nostro popolo si è sollevato – ha commentato l’Alleanza per la libertà e il cambiamento (Afc) – . Respingiamo tutto quello che è stato detto nella dichiarazione del nuovo regime ». A tali critiche ha fatto eco quella di Alaa Salah, la studentessa universitaria vestita di bianco e diventata simbolo delle proteste, la «regina nubiana» come l’hanno ribattezzata: «Accetteremo solo un governo di transizione civile», ha detto la giovane.

Intanto Stati Uniti e alcuni Paesi europei hanno richiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, mentre aleggia però l’interferenza di alcune potenze straniere come l’Arabia Saudita (che potrebbe offrire rifugio al dittatore in caso di esilio), la Cina che da anni era legata a filo doppio con Bashir e la Russia che ieri ha auspicato «una soluzione veloce». Al momento è incerto non solo il futuro del Sudan, ma anche di altri Paesi della regione come il Sud Sudan e l’Uganda, direttamente coinvolti o opposti in questi anni al leader deposto. E non è apparso per nulla tranquillizzante anche il nuovo capo dei militari nel suo discorso in tv. E forse la partita con la piazza non è ancora chiusa.

Matteo Fraschini Koffi per AVVENIRE / 12 aprile 2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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